giovedì 31 maggio 2012

La GRG a Nuoro


Cronaca di una festa

Piano B, ovvero: come fare di una giornata di pioggia una festa.
Tutto era pronto, curato nei dettagli: i campi della Solitudine, le strade del Monte, le siepi il prato e gli spalti dell'anfiteatro, come quando – il grande Giubileo dell'anno 2000 alle porte – arrivò a Nuoro la croce delle Giornate Mondiali della Gioventù e attorno ad essa si riunirono migliaia di giovani sardi. Percorsero i tornanti dell'Ortobene in preghiera, in un anfiteatro comunale gremito poi celebrarono la Messa e fecero festa fino a notte. A distanza di tredici anni, lo scorso 20 maggio, la gioventù sarda è tornata a Nuoro meno numerosa ma altrettanto coraggiosa.
Ci vuole del coraggio per trascorrere una giornata così, e l'entusiasmo proprio della gioventù.
Tutto era pronto dunque: riuniti i volontari, assegnati i compiti, predisposta l'accoglienza. Nuoro voleva dare una bella immagine di sé, il cuore della Sardegna è così, dà tutto quello che può. I tavoli imbanditi per la colazione dei pellegrini sono solo una delle prove dell'impegno della comunità diocesana.
Alla fine una sola una cosa è mancata: il sole. L'allerta meteo dei giorni precedenti la domenica ha costretto gli organizzatori a escogitare in breve tempo un piano alternativo nell'eventualità della pioggia. Eppure fino all'ultimo si è lavorato per mantenere il programma originale che prevedeva l'accoglienza alla Solitudine, la Via Lucis sulle strade del Monte, la Messa e lo spettacolo all'anfiteatro. Stavolta le previsioni sono risultate azzeccate, cadono intorno alle sette del mattino le prime gocce, si fanno via via più insistenti, l'allestimento degli spazi per l'accoglienza viene interrotto intorno alle otto, scatta il piano B: tutto deve essere trasferito dall'altra parte della città, nelle strutture di San Domenico Savio. Si caricano i mezzi in una corsa contro il tempo, la pioggia si fa insistente, non cesserà per tutta la giornata.
I pullman provenienti dalle altre diocesi vengono dirottati, gli oltre duemila giovani arrivano a frotte, si comincia. Fulcro della giornata diventa la grande palestra dei salesiani dove si radunano i partecipanti tra le gradinate e sul campo intorno al palco che nel pomeriggio fungerà anche da presbiterio per la Celebrazione eucaristica.
L'ambiente si scalda presto, in tutti i sensi. Dopo un primo momento d'animazione ha inizio la Via Lucis, “La strada si apre”..., ogni stazione è animata da una diversa diocesi, si ripercorrono i passi del Risorto dalla tomba vuota alla Pentecoste.
Il pomeriggio è condotto da Andrea Carretti dell’Hope Music del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, dall'ormai celebre ping pong dei seminaristi del regionale di Cagliari, dagli animatori della parrocchia di San Giuseppe di Alghero, dalla musica degli OverGen di Macomer.
Non difetta lo spirito d'adattamento per trascorrere una giornata intera in una palestra ma questi ragazzi sono per la maggior parte “reduci” delle GMG, hanno sulla pelle il sole di Tor Vergata, l'acquazzone di Toronto, la tempesta di Madrid, nulla vale a spegnere il loro entusiasmo.
Lo stesso entusiasmo si è manifestato nella celebrazione eucaristica, ora composto, ora commosso come all'ingresso delle statue del Redentore e della Madonna di Lourdes all'inizio della Messa: «Dovevamo noi raggiungere loro, sono stati loro a venire da noi», ha poi detto il vescovo Marcia.
Nella sua omelia il vescovo – che ha presieduto la celebrazione alla presenza dei vescovi sardi e di numerosissimi sacerdoti – ha invitato i giovani ad essere capaci di parlare “lingue nuove”, «non un linguaggio di morte come a Brindisi con la morte di Melissa Bassi, 16 anni o come il 17 maggio del 1935 con Antonia Mesina, 16 anni, ma un linguaggio di vita: sarà un parlare lingue nuove di benedizione, di amore, di pace. Sarà la novità della grazia che guarisce il male antico». Una prima risposta era già davanti a lui, in uno striscione bianco che recitava: “Vicini ai ragazzi di Brindisi e a Rossella” (Urru, la cooperante di Samugheo dal 23 ottobre scorso nelle mani dei rapitori nel Saharawi ndr), a testimoniare la sensibilità, la carità delle ragazze e dei ragazzi presenti.
«Cari giovani – ha concluso il vescovo prima di consegnare idealmente a tutti il Vangelo – non abbiate paura, andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Sia l’Eucaristia la vostra forza, la carità, l’amore il vostro sigillo. Maria, donna dei nostri giorni, donna del silenzio e del servizio, donna di cui non si parla mai abbastanza, sia compagna di viaggio, ci tenga per mano».
Con questo spirito rinnovato la serata va avanti fino al musical “Il risorto”, messo in scena con successo dal gruppo Jesus in music della Pastorale giovanile di Ales-Terralba.
Alla fine, con comprensibile stanchezza ma con un sorriso che non si spegne, i ragazzi prendono la via di casa, i più lontani arriveranno molto tardi nella notte. Ogni sorriso un volto, occhi, vita, una storia personale unica che pure chiede una direzione, un Senso. Lo aveva intuito Giovanni Paolo II quando nel 1984 affidò ai giovani la croce di legno simbolo delle Giornate mondiali, lo sa Benedetto XVI, lo sanno – o dovrebbero – i pastori e i sacerdoti che sono chiamati a guidare le parrocchie, i gruppi e i movimenti loro affidati.
Ancora una volta, di fronte a simili eventi di massa, arrivano inevitabili le domande sul loro significato. Una risposta la dava già il beato Giovanni Paolo II nel messaggio rivolto ai giovani per la GMG del 1992: «Queste ricorrenti manifestazioni – scriveva – non vogliono essere un rito convenzionale, cioè un avvenimento che trae la sua giustificazione dal suo stesso ripetersi; esse nascono piuttosto da una necessità profonda, che trova origine nel cuore dell'essere umano e si riflette nella vita della Chiesa, pellegrina e missionaria. Le Giornate Mondiali della Gioventù segnano provvidenziali momenti di sosta: servono ai giovani per interrogarsi sulle loro aspirazioni più intime, per approfondire il loro senso ecclesiale, per proclamare con crescente gioia ed audacia la comune fede in Cristo, morto e risorto. Sono momenti in cui molti di loro maturano scelte coraggiose ed illuminate, che possono contribuire ad orientare l'avvenire della storia sotto la guida, insieme forte e soave, dello Spirito Santo».
C'è infine il non trascurabile dubbio sulla qualità della partecipazione. Diffidando dalle scorciatoie delle semplificazioni di chi racchiude “i giovani” in stereotipi quando non arriva a classificarli come vero e proprio problema, accantonato il disfattismo del “non ci sono giovani” che risuona in tante parrocchie, occorrerebbe sforzarsi di guardare al singolo per ciò che lo rende speciale, unico.
Il retroscena di questa Giornata regionale, ad esempio. C'è un piccolo gruppo di volontari, ragazze e ragazzi normali, pieni di difetti e qualità, come tutti. Sono per lo più studentesse e studenti, qualcuno già lavora, coltivano vari interessi, si impegnano nei propri gruppi. E allora diventano essi stessi una domanda al mondo degli adulti: è forse scontato che un giovane muratore ogni giorno finito il lavoro faccia il giro della città per pubblicizzare l'evento, che per settimane si impegni nell'organizzare la logistica della GRG? È scontato che ragazze e ragazzi, studenti – alcuni maturandi – si riuniscano periodicamente per preparare nei dettagli, come meglio possono, un evento di tale portata? È forse scontato che uno studente di medicina fuori sede faccia la spola tra la città in cui studia e Nuoro per coordinare la preparazione dell'evento, col delicato compito di armonizzare le posizioni di tutti e di tenere i contatti con le varie realtà, che abbia sulle spalle la responsabilità di tutta l'organizzazione?
Gli esempi sarebbero molti altri. Ecco, una risposta a chi si interroga sul ruolo dei laici nella Chiesa sono anche i giovani pronti ad assumersi delle responsabilità. Nella celebrazione del 20 maggio il vescovo Mosè ha ripetuto un concetto che torna quasi come un ritornello nelle sue catechesi: «Non abbiate paura delle altezze a cui siete chiamati, a cui il Signore vi chiama». E allora basterebbe fidarsi, reciprocamente, prima che si spenga anche il sorriso di questi ragazzi.


© L'Ortobene RIPRODUZIONE RISERVATA

giovedì 17 maggio 2012

Le bizze del capitano in congedo

Tutto ciò che segue era fino a ieri tra i commenti al post Saviano e i polpacci di Ferrara, firmato da Giovanni Maria Bellu - ex direttore di Sardegna24, quotidiano in liquidazione -, pubblicato sul blog di Asibiri, nientemeno che "la casa della libera informazione". I commenti sono stati cancellati dalla solerte "Direzione sito". Gonzalo ha il piacere di conservare le prove. Considera i giudizi sulla sua persona quali medaglia al valore, fino a riportarli sul proprio profilo. Nell'attesa del minacciato rinvio a giudizio si riserva di commentare. Prossimamente su questi schermi.
  1. Gentile (ex) direttore, che dire di quegli intellettuali che hanno manifestato la propria adesione ai suoi codici di linguaggio e comportamento, che la chiamano Giomaria, che hanno avallato la sua discutibile - siamo in democrazia, me lo conceda - direzione di un quotidiano purtroppo fallito? Ha visto che tra l'altro loro un altro giornale su cui scrivere l'hanno trovato subito...
    E che dire delle reazioni, quelle cioè di tacitare - bannando da facebook ad esempio - le voci discordanti come la mia, uno che ogni giorno lavorava anche per lei?
    Grazie, saluti da Nuoro.

    FC
    RispondiElimina


  1. Gentile anonimo. La preghiamo di qualificarsi col nome e il cognome, indicare esattamente l'attività che asserisce di aver svolto per Sardegna 24 "giorno per giorno", il nome del suo referente all'interno della redazione, cioè di chi l'ha eventualmente contattata affinché collaborasse. Questo al fine di accertare se dipendenti dell'azienda hanno offerto incarichi e ruoli senza il consenso della direzione. Grazie
    Rispondi
  2. Questo è un interrogatorio? Vi informo che il liquidatore di Sardegna24 ha già provveduto a certificare i miei compensi per le "prestazioni occasionali" fornite al quotidiano.
    Cordialmente

    Franco Colomo
    RispondiElimina
  3. Ripropongo le mie domande. Firmate.

    Gentile (ex) direttore, che dire di quegli intellettuali che hanno manifestato la propria adesione ai suoi codici di linguaggio e comportamento, che la chiamano Giomaria, che hanno avallato la sua discutibile - siamo in democrazia, me lo conceda - direzione di un quotidiano purtroppo fallito? Ha visto che tra l'altro loro un altro giornale su cui scrivere l'hanno trovato subito...
    E che dire delle reazioni, quelle cioè di tacitare - bannando da facebook ad esempio - le voci discordanti come la mia, uno che ogni giorno lavorava anche per lei?
    Grazie, saluti da Nuoro.

    Franco Colomo
    RispondiElimina
  4. La firma corrisponde effettivamente a quella di un utente "bannato" sia dal sito del giornale, sia dalla pagina pubblica del direttore per aver diffuso notizie false e di carattere potenzialmente diffamatorio. Prendiamo atto che lo stesso soggetto ha da solo eliminato un primo commento dove asseriva falsamente di aver lavorato quotidianamente per il giornale, mentre nel commento successivo afferma di aver fornito 'prestazioni occasionali' senza precisarne la natura e la quantità. Il commento originario è stato comunque salvato dalla direzione del sito che - unitamente ai post con la stessa firma comparsi su facebook - lo girerà ai suoi legali.
    Rispondi
  5. Gentile Direzione sito, ho eliminato il primo commento per riscriverlo identico e corredato di firma dopo la Sua risposta, nessun trucco, se ne può accorgere da solo.
    A testimonianza del mio lavoro quotidiano ("prestazione occasionale" è il termine tecnico usato dal liquidatore, la mia era una collaborazione a borderò per essere precisi) la invito a guardare l'archivio del giornale e quello più modesto del mio blog, sul quale sono riportati giorno per giorno le corrispondenze nuoresi scritte per Sardegna24, oltre ottanta pezzi - tra articoli e brevi - firmati o siglati in pagina.
    Minacciate conseguenze legali, prima però mi accontenterei di qualche risposta. Io non ho avvocati che possano difendermi, solo la mia buona fede.
    Cordialmente

    Franco Colomo (e lei, "Direzione sito", chi è invece?)
    RispondiElimina
  6. Gentile Colomo, riceverà presto nostre notizie. Intanto le notifichiamo che i suoi interventi, falsi nel contenuto e traballanti nella forma, non sono graditi. Per il loro tono assieme ostile e reticente e per la loro modestissima qualità professionale. Li eliminiamo da questo sito e la invitiamo formalmente a interrompere la sua azione molesta.
    Rispondi
  7. Ma è Ghedini a scrivere?
    Ottimo stile, non c'è che dire. Terrò questo post come una medaglia. Ma se quello che scrivo è tutto falso che difficoltà ha a rispondermi di persona? Aspetto dall'11/11/11...

    Franco Colomo




martedì 15 maggio 2012

Nuoro-Macomer a/r



Scartamento ridotto

Procede rumoreggiando, parte, scende, s'arrampica tossendo e sbuffando l'automotrice ADe serie 90, il frecciaverde dello scartamento ridotto sulla linea Nuoro – Macomer.
Puntuale manco fosse il Trenino del Bernina arriva dal Marghine la carrozza carica di studenti, sono le 7.50 di un giorno feriale, si può partire in direzione opposta. Un treno arriva, l'altro parte. Binario unico.
Siamo soli nell'unico vagone dai sedili in pelle azzurra, l'interno è essenziale e pulito, sono questi i locomotori più recenti in uso. Costruiti dalla Breda negli anni Novanta del secolo scorso, hanno un profilo serioso, piatto, al contrario delle sorelline ADe dagli angoli smussati e gli occhi sporgenti. Queste, che troveremo al rientro, sanno di anni Cinquanta, con i divani di pelle rossa simili ai sedili posteriori delle vecchie automobili.
Il primo tratto tra il capoluogo e Prato Sardo scorre sinuoso tra pareti e strapiombi, null'altro potrebbe passare, impossibile pensare al raddoppio della linea. Lasciate le poche attività produttive appena sveglie sotto il pallido sole, si scende verso Oniferi che le stille di rugiada ancora brillano sul verde, per giungere – oltre il sottopasso della 129 – a Orotelli. Si scende ancora verso Iscra per poi risalire, un altro sottopasso e si giunge nella stazione Tirso, vicino Illorai, quindi a Bolotana, dove salgono i primi passeggeri. Lei, Silanus, Bortigali e Birori – con il sottopasso della Carlo Felice – sono le tappe d'avvicinamento a Macomer, come una rampa che infine quasi s'arrotola a spirale attorno alla rocca di basalto mentre il cielo, quasi di riflesso, si fa pure scuro.
L'arrivo è in orario, tanto che si potrebbe fare il cambio senza patemi, senza corse tra muraglie umane né spallate com'è nelle stazioni delle grandi città.
Ma è il viaggio di ritorno ad assumere il fascino maggiore, è da qui che nei loro “voyages” d'Ottocento e primo Novecento partivano per raggiungere Nuoro illustri studiosi, militari, o linguisti come Max Leopold Wagner. Aveva ventiquattro anni quando nel 1904 preparava i suoi resoconti di viaggio – o delle sue “scorrerie” – per la rivista Globus: «Adesso Nuoro è facilmente raggiungibile grazie al collegamento ferroviario con Macomèr e si è trasformata – scriveva – in una simpatica e graziosa cittadina». E ancora sembra di vederlo appuntare nel suo taccuino... «I pochi centri abitati, spesso molto distanti l'uno dall'altro, giacciono separati dal mondo, nella quiete dei loro boschi, oppure troneggianti sui declivi montani».
Cos'è cambiato? La linea è stata da poche settimane riaperta, dove possibile addolcite le curve, ridotto il tempo di percorrenza. Lasciamo piano la stazione di Macomer e poco dopo vediamo poco a poco apparire alla nostra destra la piana che s'estende fino a Ottana, con le sue ciminiere tristi.
Il sole s'è fatto alto, il verde in tutte le sue tonalità riempie l'occhio, qua e la punteggiato dalla lana delle greggi o dai pochi fiori colorati di giallo e di bianco, interrotto da pochi nastri d'asfalto più spesso dai chiari sentieri di terra battuta. Sono scarsi i corsi d'acqua, la pioggia latita, solo qualche pozza ad alleviar la sete delle bestie.
La mano dell'uomo è nelle ere che compongono la sua storia, qui semplificate come su un libro illustrato. La mano dell'uomo è sulla pietra: dai grandi blocchi squadrati dei nuraghi fino alla precisione dei muretti a secco. La prima modernità è nelle vecchie dimore dei casellanti con il tetto sfondato, nelle stazioni dai muri scrostati e i vetri rotti, è nella ruggine che copre i pezzi dei binari sostituiti. Tra gli alberi e dietro gli arbusti cimiteri di traversine, sui binari morti scheletri di treni morti, ferraglia e legno. L'età della plastica è nelle reti arancioni da cantiere, dimenticate. Sarà stata la fretta, dopo aver eretto tre croci nel giugno del 2007, per un incidente nel tratto tra Bortigali e Birori, il prezzo di un progresso mai raggiunto del tutto.
Cos'è cambiato? – verrebbe da chiedere al giovane Wagner. Qui c'è ancora e sempre tutta la Sardegna profonda, riassunta in poco più di 57 chilometri. Manca il mare, ancora, ma quello si raggiunge da ogni parte.
Un'intelaiatura marrone ingabbia il corpo centrale della stazione di Nuoro, in via di ammodernamento. Diverrà un centro intermodale, ora due binari silenziosi si chiudono nel cuore della città, della contemporaneità.
Valeva la pena, cinque euro e trenta a/r, consigliato in primavera agli animi pazienti, agli occhi attenti, agli studenti assenti. A chiunque abbia il tempo per sospendere il tempo.


© MILLO free press Maggio 2012 RIPRODUZIONE RISERVATA

giovedì 12 aprile 2012

Lux in arcana



Depositi dell'Archivio Segreto Vaticano


Giovanni Ciarlo. © 2012. Archivio Segreto Vaticano, Città del Vaticano






I cento segreti del Vaticano

È fuori strada chi già pensa a corvi, fughe di notizie più o meno fondate dai sacri palazzi e diffuse sui media di mezzo mondo – il cosiddetto “Vatileaks” – e sbagliano anche i cultori del mistero spiccio alla Dan Brown: Lux in arcana - l'Archivio Segreto Vaticano si rivela non è che il titolo di una mostra che celebra i quattrocento anni di storia dell'istituto voluto da Paolo V nel 1612. Cento documenti escono per la prima volta dai confini della Santa Sede per essere esposti nei Musei Capitolini di Roma seguendo un ideale percorso storico dal Vaticano fino in Campidoglio, lì dove Francesco Della Rovere, Sisto IV, volle fosse collocata la lupa bronzea donata alla città nel 1471 insieme ad altre preziose testimonianze archeologiche, andando a formare il primo nucleo del futuro Museo. Sempre a Sisto IV – scrive sul catalogo della mostra il card. Raffaele Farina, Archivista e Bibliotecario di S. R. C. – si deve tra l'altro «la fondazione istituzionale e statutaria della Biblioteca Apostolica Vaticana nel 1475. In alcune sue sale, dette secretae (cioè private), o Bibliotheca secreta, il papa fece depositare diplomi, privilegi e molti registri dei pontefici suoi predecessori, quindi un embrionale nucleo d’archivio».
Lux in arcana, dunque, “luce nei recessi” di un luogo normalmente regno di archivisti, storici e paleografi e che ora mostra al grande pubblico una parte, seppur piccola, del proprio immenso tesoro. Testimone di dodici secoli di storia, l'Archivio Segreto Vaticano conserva milioni di documenti suddivisi in 650 fondi archivistici, riposti in scaffali e classificatori che hanno uno sviluppo lineare di ottantacinque chilometri. Nelle sale dei Musei Capitolini si potrà osservare una selezioni di tutte le tipologie di documenti: dalle bolle alle lettere, dai diplomi agli editti e ancora i brevi e i registri papali, documenti contabili, atti di processi, formulari, cifrari, codici.
Il percorso espositivo – arricchito da un parallelo apparato multimediale con proiezioni, grafica dinamica e video – ha inizio nella Sala degli Orazi e Curiazi che ospita la sezione “Il Custode della Memoria” dove si rappresenta il contenuto dell’Archivio. Si prosegue nel Palazzo dei Conservatori passando attraverso vari approfondimenti tematici: “Tiara e Corona”; “Nel segreto del conclave”; “Sante, regine e cortigiane”; “La riflessione e il dialogo”; “Eretici, crociati e cavalieri”; “Scienziati, filosofi e inventori”; “L’oro e l’inchiostro”; “I Segni del Potere”; “Il periodo chiuso”.
Negli spazi del Palazzo Clementino-Caffarelli sono invece illustrate le attività svolte dall'Archivio, dal Laboratorio di Restauro e Conservazione dei sigilli, dal Laboratorio di Conservazione, Restauro e Legatoria che preserva il patrimonio documentario dal degradi fisico, chimico e ambientale e ancora dal Laboratorio di Fotoriproduzione Digitale che ha acquisito fino ad oggi oltre due milioni e mezzo di immagini. Anche il lavoro dell'archivista viene descritto attraverso filmati che mostrano l'apertura e lo studio di una filza come pure il riordino di documenti che appartengono al “periodo chiuso”, con questa espressione si intende l'arco di tempo che comprende la documentazione non ancora aperta alla consultazione e che spetta al papa regnante rendere disponibile, solitamente si apre ciò che comprende la durata del pontificato di un predecessore. A questo periodo appartengono la Relazione di un nunzio apostolico sul campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia o il resoconto sulla strage delle Fosse Ardeatine.
Tra i documenti delle prime sezioni spiccano quelli scritti su inconsueti supporti: la lettera su seta scritta dall'ultima imperatrice della dinastia Ming, Elena di Cina, diretta a papa Innocenzo X nel 1650 e la lettera degli indiani Ojibwe originari di Grassy Lake, Canada, destinata a Leone XIII nel 1887 e scritta su una fragile corteccia di betulla.
Si potrà ammirare anche la falsa donazione di Costantino, origine del potere temporale, l'atto di arruolamento delle prime guardie svizzere, e ancora gli autografi di grandi personaggi: quelli di Bernini e di Michelangelo, di Galileo Galilei che firma gli atti del processo, di Niccolò Copernico, Voltaire, Erasmo da Rotterdam, quello di Napoleone sul Concordato tra la repubblica francese e la Santa Sede datato «21 Fruttidoro dell’anno IX della Repubblica Francese» (8 settembre 1801), infine quelli di donne come Lucrezia Borgia, Maria Stuart, l'imperatrice Sissi, fino alla veggente di Lourdes Bernadette Soubirous.
Da citare ancora il sommario e ampi stralci del processo a Giordano Bruno, gli altri atti sono andati distrutti in seguito alle razzie Napoleoniche, e i 60 metri della pergamena trecentesca che contiene le deposizioni di oltre 200 templari al processo che potò allo scioglimento dell'Ordine.
Per gli studiosi o per i curiosi c'è di che esser attratti, c'è un pezzo della Storia a disposizione di tutti. «Questa Mostra – scrive il Prefetto dell'Archivio Segreto Sergio Pagano – si propone di far passare il visitatore da una fase di suggestione emotiva, ad un livello di conoscenza consapevole. È questo il significato reale del sottotitolo della Mostra: L’Archivio Segreto Vaticano si rivela. L’Archivio del papa si rivela per quello che è: il custode della memoria storica millenaria della Chiesa, quando la Chiesa era il mondo ed anche dopo».


© MILLO free press Aprile 2012 RIPRODUZIONE RISERVATA

La visita solo rimandata: GPII in carcere



«Non abbiate paura», anche tra le mura del carcere
Il Vescovo accompagna a Badu 'e Carros la reliquia del beato Giovanni Paolo II


Quando, il 20 ottobre del 1985, Giovanni Paolo II fece visita al carcere di Buoncammino a Cagliari il suo saluto andò anche ai detenuti del carcere di Nuoro che non poté incontrare nonostante il loro invito, ma ai quali si sentiva «particolarmente vicino».
A distanza di anni, quella indimenticabile visita pastorale in Sardegna si compie e si completa: nella domenica del 25 marzo 2012 il Papa, oggi beato, entra nel carcere di Badu 'e Carros accompagnato dal Vescovo, dal cappellano don Giampaolo e dai volontari dell'Associazione diocesana “16760” Massimiliano Kolbe, alla presenza della direzione carceraria. I fratelli ristretti lo accolgono insieme – eccezionalmente riuniti dalle diverse sezioni – per un'unica celebrazione eucaristica e gremiscono la cappella in cui le file sedie bianche sono andate ad aggiungersi ai vecchi banchi, insufficienti per far accomodare tutti. Donne e uomini ricevono quella visita che a lungo attendevano, possono venerare la reliquia del Papa e affidarsi alla sua intercessione. Affidarsi a lui che, in vari momenti, anche di fronte al parlamento italiano e in occasione del grande Giubileo ha chiesto un «segno di clemenza» per i detenuti, mostrandosi sempre particolarmente vicino alla realtà del carcere come pure testimoniano le varie visite ai penitenziari italiani e stranieri.
In questo spirito trascorrono le ore di una domenica mattina più speciale delle altre, in un clima sereno e raccolto. Si leggono brani dei discorsi rivolti da Giovanni Paolo II ai carcerati mentre uno ad uno i detenuti si presentano davanti al libro aperto sul quale è posta la reliquia del beato. Sulla pagina aperta del libro è scritto in latino «Non abbiate paura», quell'invito – come il “ritornello” di quel pontificato – è risuonato ancora una volta dalla bocca del Vescovo Mosè: non importa essere dentro o fuori, la paura attanaglia l'uomo, solo Cristo lo libera – questo il senso del commento al Vangelo. Alcuni greci, racconta l'evangelista Giovanni, chiesero a Filippo: “Vogliamo vedere Gesù”. Come risposta il Figlio di Dio parla della sua morte, una replica apparentemente incomprensibile, ha detto il Vescovo, eppure è il momento della croce a svelare l'amore che salva e libera ogni uomo.
«Ciascuno di voi – diceva il Papa nel 1985 ai detenuti di Cagliari – nella sua tristezza, potrà dire: anche Gesù Cristo, innocente e giusto, ha provato questa pena, questa angoscia, questo dolore che al presente mi fa soffrire. Gesù lo ha provato, Egli che annunciò la sua missione dicendo di essere venuto “per proclamare ai prigionieri la liberazione... per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore”. È essenziale per tutti noi tenere lo sguardo fisso sul Signore Gesù. Qualunque sia il nostro passato egli ci ama e offre a tutti la possibilità di redimersi e di salvarsi». E proseguiva esortando ciascuno a rivolgersi a Dio con animo aperto. «Non lasciate – proseguiva – che l'animo vostro, nel momento della più dura prova, ceda alla tentazione del dubbio circa l’amore di Dio, circa la sua vicinanza e la sua possibilità di aiuto. E se talvolta vi fossero passate per la mente parole come queste, che pur sono scritte nella Bibbia: “La mia sorte è nascosta al Signore, e il mio diritto è trascurato dal mio Dio?”, sappiate che il Signore non le lascia senza risposta, e vi rassicura: “Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio”».
Parole sempre attuali e in qualche modo ritornate nell'omelia, parole – e gesti, come quello del Vescovo di prevedere nel pellegrinaggio diocesano della reliquia una sosta anche in carcere – che dicono della costante attenzione della Chiesa a questo mondo, l'attenzione reale e concreta alla persona che sempre è immagine di Dio.


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I giovani nuoresi e il Papa



I giovani e il beato Giovanni Paolo II
Gli ultimi due appuntamenti in preparazione alla Pasqua


C'era una donna, scarna, minuta, il volto scavato, seduta e con addosso una coperta. Accanto a lei, dietro alla grande vetrata o sulle passerelle altre donne e uomini, accalcati quasi per riuscire a vedere il più vicino possibile la reliquia di Giovanni Paolo II portata a spalla da quattro ragazzi. Abbracci, lacrime.
Oltre i vetri l'hospice. Luogo che più e meglio di tutti compendia la realtà e l'attualità delle stazioni della Via Crucis, come se in quel solo spazio si siano concentrati i protagonisti delle varie stazioni: la folla, la Veronica, il Cireneo; come se il Signore stesso abbia voluto specchiarsi nei volti e nei corpi delle persone ricoverate in quel luogo di cura, straziate dal dolore ora condiviso con i giovani e i numerosi fedeli giunti per l'ultimo appuntamento in preparazione alla Pasqua dei giovani insieme al Vescovo. Dopo aver toccato i luoghi dello svago – piazze e strade, e dello studio – le loro scuole, ecco ragazze e ragazzi arrivare nei luoghi della sofferenza, visitati con compostezza e partecipazione e con il dono fatto agli ammalati di portare loro il conforto non solo della propria presenza ma anche della visita di un Papa beato, anch'egli non estraneo al dolore e alla malattia. Le meditazioni lette lungo le quattordici stazioni sono state proprio le ultime composte da Giovanni Paolo II, nel 2003, poco prima della sua morte.
Così, «prima di tuffarsi nelle proprie parrocchie per vivere la Settimana Santa» – come auspicato dal Vescovo – i giovani hanno vissuto due appuntamenti intensi e significativi, la Veglia e la Celebrazione eucaristica della sera di domenica 25 marzo in Cattedrale e la Via Crucis il 27. Accompagnati dai loro sacerdoti, presenti in larga parte come segno di una ritrovata unità e comunione ecclesiale, i giovani hanno dimostrato di poter prendere sul serio gli appuntamenti che li vedono protagonisti come pure di saper dare qualità al proprio impegno. Per tanti non è una novità, sono gli stessi che da sempre si impegnano nelle parrocchie e nei movimenti di appartenenza, proponendo o sposandone le attività, impegnandosi nello studio e nella nuova evangelizzazione, sono quelli che d'estate rinunciano a giorni di vacanza per assistere e accompagnare gli ammalati a Lourdes o per vivere i campi scuola. E lo fanno con lo slancio della loro età, pur tra alti e bassi, secondo le proprie capacità. Come a rispondere a quel mandato che, nell'indimenticabile Veglia di Tor Vergata alla GMG del 2000 e riaffermato nella celebrazione di domenica, Giovanni Paolo affidò loro: «Siete qui convenuti – li esortava – per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti».
Prossimo appuntamento, a Maggio, la Giornata regionale dei giovani. Alla nostra diocesi il compito di accogliere i pellegrini che giungeranno a Nuoro da tutta la Sardegna. La strada è tracciata.


© L'Ortobene RIPRODUZIONE RISERVATA

venerdì 23 marzo 2012

Quelli del martedì sera


La Via Crucis dei giovani
Per le strade di Nuoro con il loro Vescovo

Sembrerebbero usciti dalle catacombe, con fiaccole a olio che ardono nella sera, camminano per le vie della città scossa tra gli ultimi freddi dell'inverno e i primi tepori di una primavera incipiente. Sono i giovani che animano la Via Crucis, che camminano insieme al loro Vescovo muovendo dalle parrocchie passando di volta in volta per i luoghi che normalmente frequentano, piazze, vicoli e strade ma anche dalle scuole e uffici pubblici, sfilando più o meno ordinati accanto a bar e negozi.
È la novità del loro martedì sera, un appuntamento che si è andato consolidando settimana dopo settimana, con le incomprensioni e qualche pasticcio nella suddivisione dei compiti presto superati ma con la consapevolezza di compiere un passo importante tutti nella medesima direzione.
Organizzata dalla rinata Consulta per la pastorale giovanile della diocesi, la Via Crucis potrebbe rappresentare la parabola di un risveglio e insieme la presa di coscienza che insieme, al di la di divisioni e vecchi rancori, si può dare pubblica testimonianza della propria fede.
«Alla morte di Gesù è nata la Chiesa» ha detto il Vescovo Mosè in una delle catechesi che precedono l'itinerario delle stazioni memoriale della passione e morte di Cristo: «Noi siamo la Chiesa in cammino dietro alla Sua croce» – ha ribadito –, un'immagine questa resa tangibile e manifesta.
Gruppi e movimenti danno finalmente l'impressione di riconoscersi uscendo dall'immagine di un'appartenenza residuale e confinata nei recinti dei propri saloni parrocchiali, l'unione delle diversità crea un arricchimento reciproco, fa intrecciare legami nuovi, aiuta a superare barriere e diffidenza covati per anni. Un messaggio e una lezione validi anche per i tanti sacerdoti chiusi nei propri schemi, litigiosi come vicini di pascolo gelosi e diffidenti.
Se la credibilità si gioca in una unità visibile e non solo sbandierata ma mai realmente attuata, l'incontro settimanale dei giovani può e deve rappresentare un'inversione decisa del senso di marcia, un nuovo stile pastorale di coinvolgimento, azione e missione.
Questa volta la testimonianza sta semplicemente nell'esserci, nell'ascoltare meditare e pregare insieme. C'è chi imbraccia la chitarra e la suona camminando, chi sorregge gli altoparlanti, chi prepara i sussidi liturgici. E c'è soprattutto la croce, seppur colorata in maniera improbabile, che passa di mano in mano come il testimone d'una staffetta. È bello infondo guardare queste ragazze e ragazzi come pure sollevando appena lo sguardo vedere alle finestre le persone che s'affacciano curiose. Si sporgono da dietro le tende oltre il riflesso bluastro delle loro tv, abbandonano per un poco la cena appena apparecchiata, distolgono lo sguardo dai telegiornali e c'è chi accenna un segno di croce, chi spegne la luce per non farsi notare ma continua a guardare finché può, fino a quando il corteo non si sposta alla stazione successiva. Per strada i passanti più rispettosi indugiano, gli automobilisti sopportano di buon grado la sosta forzata mentre i vigili coi lampeggianti blu bloccano gli incroci.
Forse c'è ancora tanto da fare perché l'intento iniziale venga raggiunto, intanto c'è da non far spegnere quelle fiaccole. Ritornati nelle proprie case, nei propri gruppi e movimenti d'appartenenza i giovani continueranno ad alimentarne l'olio con la preghiera e l'ascolto della Parola, pronti a rendere testimonianza della speranza che è in loro. Coltivando il desiderio che questo messaggio venga colto e non soffocato dalle solite vecchie storie.


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domenica 18 marzo 2012

Una storiella per Millo

Il carnevale dei matt(on)i

L'illustrazione è di Adriano Pala

Congelata la neve di febbraio nelle strade, le piazze, i cortili, già un altro appuntamento glaciale e rifatto premeva alle porte: il carnevale, con la sua carica di maschere tradizionali, giochi, cavalli e lazzi. Anche nei paesi di Nùgoro e Provintzia si riunirono i consigli degli anziani per decidere il da farsi in occasione del celeberrimo “Carnevale Barbaricino”. Occorreva reperire dei fondi per la festa, ma com'era difficile adeguarsi alla moda italica tutta tasse, balzelli e liberalizzazioni! Ché a Nùgoro e dintorni il tassì non lo prende nessuno, troppa la concorrenza dei postalini su cui, tra l'altro, in molti viaggiano gratis. Le farmacie poi, quelli giocavano a dieci piccoli indiani. E le banche? Già tutte scappate oltremanica. Insomma, zero sisini nelle tasche del palazzo. Ma ecco che l'idea per predisporre i vestiti della festa e così non essere da meno del resto del mondo, non venne agli anziani con la mastruca: la seduta che si trascina stancamente ore ed ore verrà ricordata per quanti sotto al sombrero sonnecchiavano o per gli amichetti che si facevano dispetti giocando a nascondino. Furono i paesi stessi, tutti insieme in uno scatto d'orgoglio, a decidere della loro sorte: «Offriamo noi stessi» – dissero case e palazzi – «offriamo le nostre vesti di mattoni e blocchetti». Disordine e Pasticcio che da anni già s'erano fatti beffe del decoro del paese facendolo crescere a casaccio, si fregarono le mani quando l'ultima cosa ad esser liberalizzata fu il Colore.Così, per la festa più matta dell’anno, gli austeri centri storici di granito si rinnovarono di tristezza, e nulla poterono di fronte all'innocente incoscienza e all’allegra spavalderia delle più giovani costruzioni. Tra villette improbabili, caserme a quattro piani e palazzoni disabitati, le periferie cominciarono a mostrare pian piano il meglio delle proprie stoffe: dal rosso più acceso all'arancio mattone, dal celestino al puffo – come quello dei cartoni o del gelato – fecero a gara per farsi notare. Per non parlare poi del verde allampanato in ogni sua sfumatura: persino gli ordinati militari delle popolari, in un estremo gesto d'altruismo, offrirono pezzi delle loro già fruste divise verdoni. Poco distante, una fanciulla posta tra due timidone color pastello fece altrettanto spogliandosi del suo lilla acceso. Nella via di più recente espansione, lì dove il Pasticcio aveva combinato del suo meglio, un povero gigante vestito solo di puro legno e cartone nulla fece se non strapparsi di dosso qualche pezzo di quel marrone – atto a crear casomai degli zoccoli – mentre più in alto le colonne di un lungo condominio popolare a fascioni chiari e scuri da far invidia alla Santissima Trinità di Saccargia s'offrirono per far da calzini. Sulla via a estremo est si affacciava geloso il re del Cattivo Gusto, vestito come di una tuta color granata-marrone a fasce blu, un pugno nell'occhio da infarto, giustamente prossimo al nosocomio, lui pure non eccelso in quanto a vestiario.Nessuno si scandalizzi: la mancanza di regole architettoniche nei nostri paesi è storia risaputa: persino Puck il folletto era dato ormai per disperso – testimon(z)os oculari del suo annegamento giurano di non saperne nulla – pur essendo stato evocato a più riprese da grandi e piccini. I suoi tocchi di magia avrebbero potuto metter freno alla dittatura di Disordine e Pasticcio, riportando in auge non tanto l'ordine dei palazzi del tempo in cui i treni arrivavano in orario – merito del Mascelluto che pure, con uno scatto apologetico, possono esser definiti stilisticamente ineccepibili –, quanto semmai la splendida Semplicità del Passato: le tonalità dei rosa tenui del Duomo e dell'antico Santuario, qualche giallo senza esagerare, ma soprattutto i bianchi di calce figli della lana e del latte delle pecore, della farina di frumento, del sano colorito della pelle dei bambini privi di tutto ma mai del necessario, il bianco de sa benda che copre il capo delle sue meravigliose donne.Dimentichi di ciò che siamo ci si è adeguati al peggio “de' forestieri”. E mentre ancora si favoleggiava sulle belle tuniche degli antichi ateniesi sardi, non resta vache mettere insieme i brandelli che il Nuovo potè offrire: fu così che nacque il costume d'Arlecchino, che vivacizzava un po’ quei tristoni di Mamuthones e Urtzos, e originale, non c'è che dire, figlio dell'ingegno e dell'arte del chissenefregadelleregole, ma troppo distante dalle bellezze di cui in altri tempi s'era capaci. Spontaneamente. Ma il carnevale almeno, quello era salvo. Il resto chissà.

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sabato 28 gennaio 2012

Concordia24



Tutto previsto. Peccato solo che nel momento in cui forse qualcosa si poteva salvare lottando tutti insieme, in pochi abbiano avuto il coraggio di denunciare.
Auguri ai colleghi.


Aggiornamento 31.I. In questi giorni analisi e commenti e retroscena si sprecano. Come per il naufragio della Concordia, quando tutti si sono scoperti Capitani di vascello - aggiungendo il titolo a quello di commissario tecnico della Nazionale di calcio - ora tutti paiono esperti di editoria, di editoria sarda in particolare. Ebbene dov'erano costoro mesi fa quando il sottoscritto, giocandosi nome e cognome, denunciava pubblicamente una situazione insostenibile? Oggi tutti parlano del naufragio di un giornale dimenticando nella maggior parte dei casi chi per quel giornale ha lavorato: i giornalisti. 
Nel giorno dell'ultimo sciopero generale sardo chiedevo ai colleghi di Via Maddalena cosa aspettassero ad alzarsi dalle loro sedie e uscire in corteo anziché abbassare la schiena. Le mie parole sono state cancellate ma ho insistito. Solo. 
Rendo merito a "Liberi a sinistra" di aver fatto luce, anche con quanto da me scritto in questo blog, su quanto accadeva. Sono stati gli unici. Mentre anche gli intellettuali o sedicenti tali fino a ieri in vista con il loro bel fotino sulla home page del sito di Sardegna24 snobbavano le denunce di uno sfigato senza più lavoro dando credito alla versione ufficiale.
Dopo le mie Domande senza risposta mi sono seduto sull'argine, nell'attesa di vedere il relitto passare. Non ne ho gioito, per lo spumante non ho i soldi direttore, ma ho provato pena.
Il lavoro è un bene prezioso, come cristallo spesso viene maneggiato da superficiali che non se ne curano minimamente. Ecco i risultati.

martedì 22 novembre 2011

Il problema etico


DOMANDE SENZA RISPOSTA #3

«Il presupposto è che una società civile si regge sul rispetto delle regole; 
l'idea è che la condivisione del presupposto crea l'ambiente 
dove il giornalismo può svolgere la sua funzione. 
Un ambiente di regole condivise. 

Il silenzio è la confessione di chi non vuole, e non sa, rispondere».

Giovanni Maria Bellu (Sardegna24, 13 .VII.2011) 


Qui concludo con alcune considerazioni la mia serie di Domande senza risposta. Non ho ottenuto giustizia ma mi consola la pagina evangelica che dice beati coloro che ne hanno fame e sete perché saranno saziati. Inutile andare avanti nella reiterazione di domande alle quali, evidentemente, non è comodo rispondere.
Ricapitolando. Nessuna risposta, com'era forse ampiamente prevedibile, è giunta da Giovanni Maria Bellu il quale si è limitato a impedire qualsiasi contraddittorio sulle “sue” pagine e si è ben premurato di rimuovere i miei commenti anche dal sito di Sardegna24.
O probabilmente sono questi atti di prevaricazione la risposta: la censura del più debole da parte del più forte. Qualcuno penserà che in casa propria si fa ciò che si vuole e allora tanti auguri a chi in quella casa dovrà convivere con la paura. La stessa paura che ho trovato in quei colleghi che mi hanno lasciato solo. C'è poi il non trascurabile atteggiamento mantenuto da scrittori che si fregiano del ruolo di intellettuali, loro che aspirano a essere coscienza critica della nostra Terra. 
Nessuno è esente da compromessi, questo è quanto ho capito in queste settimane di lotta – dopo mesi di lavoro che ancora attendono un riconoscimento (non solo questione di soldi, mai ho ricevuto neppure un semplice«grazie»). Quelli che chiamano il direttore per nome e gli sono amici, tra le due versioni propendono naturalmente per la sua. Siamo tutti uguali ma qualcuno è sempre più uguale degli altri. Tra il giornalista sconosciuto e quello famoso solo una può essere la verità, e se si hanno davanti agli occhi le prove di un sopruso, di una violazione dei diritti dei lavoratori poco male, “Giovanni Maria” ha le spalle coperte dai suoi amici, avrà avuto un giustificato motivo per anteporre le proprie ragioni a quelle dei giornalisti che hanno contribuito a confezionare il “suo” giornale.
Sì, l'asticella del problema etico si è davvero abbassata oltre il sopportabile caro Fois.
In questi mesi siete stati bravi a praticare quell'informazione che va per la maggiore, quella che vive in funzione di un nemico, che sia Berlusconi o Cappellacci o Mani poco importa, basta avere un bersaglio. Peccato che non si sia guardato mai in casa.
È lecito o non è lecito non corrispondere a un lavoratore la propria paga? È lecito oppure no tenere sotto ricatto i lavoratori?
Oggi tutti parlano di Marchionne e della sua gestione dei rapporti di lavoro in Fiat. Io non temo Marchionne in sé ma il Marchionne che è nei borghesi di sinistra che lo disprezzano in pubblico per imitarlo nel privato dei loro interessi.

(Franco Colomo)


mercoledì 16 novembre 2011

Tacere è essere conniventi. A Bellu, Fois & c.


DOMANDE SENZA RISPOSTA #2

La lettura di Sardegna24 diventa giorno dopo giorno un esercizio sempre più surreale e per me finanche autolesionistico. Dopo la pubblica denuncia dello stato in cui versa il giornale e le sue maestranze – a proposito colleghi dove siete oggi? Da che parte state? – a leggere l'editoriale di oggi del direttore sembra che nulla sia accaduto. Ecco cosa scrive il Bellu nel suo “Entrare nel merito”: «Se si richiede il rispetto delle regole, bisogna avere il coraggio di dettagliarne le violazioni. Richiede fatica, sia da parte di chi denuncia, sia da parte di chi legge. Ma è l'unico strumento per non perdere il filo».
Paradossalmente queste parole del direttore mi incoraggiano ad andare avanti nella battaglia, nella denuncia, nella lotta perché venga riconosciuta anche dentro Sardegna24 la dignità della professione giornalistica. Bellu è il direttore che ha visto in malo modo la nascita del Comitato di redazione del quotidiano, è quello che non ha ancora fornito un piano editoriale ma solo una serie di fughe in avanti e marce indietro nell'impostazione del giornale, è quello che non si straccia le vesti perché i suoi giornalisti (gli altri, «l'altro – scriveva oggi – cioè il prossimo tuo») non ricevono alcun compenso per il proprio lavoro.
Curiosa anche la vignetta di Tullio Boi oggi, protagonista il lavoratore a zero euro...lo saprà lui che giornalisti e collaboratori sono nella stessa situazione?

Da venerdì ho usato la rete – il mio blog, facebook e il sito del giornale commentando alcuni editoriali – per rendere pubblico tutto questo con il risultato che sono stato “bannato”, cioè mi viene impedito di scrivere sulla bacheca facebook di Sardegna24 e sulla pagina di Giovanni Maria Bellu, lì dove avevo posto le mie domande senza risposta.
Ho anche cercato di sensibilizzare alcune firme del giornale. Flavio Soriga si è tenuto fuori dalla mischia con la motivazione che pubblicando sulla sua pagina le mie posizioni avrebbe dovuto chiedere una replica a Bellu. Michela Murgia – lodata oggi dal direttore per «l'esempio di giornalismo investigativo on line» sul caso Follesa – si è riservata di studiare una situazione che definisce allarmante. In ultimo Marcello Fois, con cui ho cordialmente polemizzato ma per altri motivi, mi scrive: «Per quanto riguarda le Domande a Bellu, non so proprio cosa risponderLe, io su Sardegna24 ci scrivo in assoluta libertà. Ma non vorrei che, anche il questo caso, il problema vero sia il pedigree di Bellu che, facendo la spola con Roma, non è della razza pura che Lei gradisce per le discussioni sulla Sardegna». Beato lui che ci scrive in assoluta libertà.
Mi chiedo se invece questi collaboratori illustri non possano dissociarsi da una simile conduzione del giornale. Cito ancora l'editoriale di oggi, pagina 12: «Tacere è essere conniventi. È infatti necessario prendere posizione, ma non affermando principi astratti, che è un modo di tacere parlando. Si tratta di entrare nel merito».
Ecco, chi ha questo coraggio alla luce dei fatti, anche questi che riguardano il giornale, documentati?
Attendo risposte. Fino ad allora – secondo quanto afferma il Fois-Bellu-pensiero – sarò costretto a considerare conniventi tutti quei collaboratori o anche colleghi che si rassegnano, senza denunciarlo, a questo stato di cose.
Ho informato l'Associazione stampa sarda, attendo una risposta dal collega Birocchi, così come spero che il mio presidente Enzo Iacopino prenda a cuore – come ha sempre dimostrato con la sua sensibilità nei confronti dei giovani giornalisti precari e sfruttati – anche la situazione di Sardegna24. Scrivo nello spirito della recente Carta di Firenze che, lo dico a beneficio dei colleghi che leggeranno, approvata dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti è per noi Legge.

(Franco Colomo)