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Caro direttore, oggi (ieri ndr) Corrado Augias ha dedicato la propria trasmissione dell’ora di pranzo su Rai3 a Beppino Englaro, ospite in studio, reduce da una fatica letteraria in cui narra la sua vicenda e quella della figlia Eluana. Ancora una volta, come da suo solito, Augias ha presentato una sola visione dei fatti e persino gli interventi del pubblico erano funzionali ad assecondare un giudizio e uno solo.
Peccato però che, nel raccontare, il conduttore si sia lasciato andare a parecchie inesattezze, quando non vere e proprie menzogne. Riporto solo due esempi: ha detto Augias che chi manifestava fuori dalla clinica di Udine aveva in mente «l’Eluana delle fotografie che la raffiguravano giovane e bella e non quel corpo che giaceva in un lettino», ridicolizzando così un intero popolo che aveva a cuore solo una persona in quanto bisognosa di Amore, o ancora che il nodo della questione fine vita rimane l’idratazione e l’alimentazione asserendo, con immagini volutamente tendenziose e fuorvianti, che con il sondino «viene somministrato un pastone che contiene anche medicinali» mentre tutti sappiamo, ed è un fatto, che nel caso di Eluana le cose non stavano così (e il bel libro di Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola, come le cronache di Avvenire, lo dimostrano). Questo è servizio pubblico? Mi ritornano in mente le discussioni di questi giorni sul ruolo di stampa e informazione, mai come ora è il caso di riflettere, e bene. E di informare senza mettersi al servizio di nessuno se non della verità. Come fa il nostro Avvenire, che per questo ancora una volta ringrazio. Un saluto e l’augurio di buon lavoro.
L'amicizia è certa quando matura il frutto della gioia. La garanzia dell'amicizia è la gioia.
All'amico chiedi di starti vicino quando la tua vita è debole e girano lente le ruote dell'essere, quando hai bisogno di un supplemento di vita, quando la fiamma è smorta e l'olio della lampada sembra finire. All'amico non chiedi cose, se non eccezionalmente; chiedi invece tempo, il sognre insieme, lo scambio di gioia, il conforto dell'affetto.
E tutti abbiamo fatto l'esperienza che incontrare l'amico è cosa capace di redimere le nostre giornate, anche quelle tristi e oscure. Riscatto e ripartenza.
L'amico ti fa più umano.
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Insegna Gregiorio di Nissa: «Se hai qualcosa da dirmi, scrivimelo. E se non hai niente da dirmi, scrivimi lo stesso anche solo per dirmi che non hai nulla da dire».
Qualcosa ci è sempre rimasto, qualcosa ci è sempre mancato. Analisi critiche, calcolo delle probabilità e soluzioni possibili mal s'addicono agli addii, non serve porsi troppi perché, ché il cuore degli uomini è un abisso, quasi un estraneo a volte. Ci siamo ritrovati senza sceglierci, due anni fa. Abbiamo imparato a conoscerci. E forse non è oggi che tutto finisce. Ci siamo lasciati quando affollati in una stanza a parlare uno addosso all'altro abbiamo capito che io me è più forte di noi, quando la percezione di sè ha visto un'ostacolo nella realizzazione dell'altro, quando l'autorealizzazione ha prevalso sul gruppo. Ma non c'è un minimo sindacale nell'Amicizia, e allora forse Amicizia mal s'addice alla descrizione degli anni. Non tutto è nero, però. Qualcosa ci è sempre rimasto, nel male e nel bene. E se penso al bene è il non detto quello che mi rimane. Non detto non significa non espresso. Quando la parola non può o non sa è dall'abisso del cuore che vengono gesti e sguardi che parlano a un altro cuore, ad altri occhi, ad altre mani, a un'altra vita. Non detto è saper esprimere senza nulla pretendere in cambio, un Amore che dice mi interessi, mi prendo cura di te, mi faccio silenziosamente carico della tua fatica e delle tue sofferenze, della tua gioia, dell'attesa di un giorno in cui questo mestiere che ci ha fatto incontrare sarà il nostro. Ogni volta che ho detto questo senza dirlo, ogni volta che me lo son sentito dire senza che le parole risuonassero nell'aria, è lì che questo tempo ha ricevuto il suo Senso e insieme me l'ha restituito. Qualcosa ci è sempre mancato, qualcosa ci è sempre rimasto. I nomi li lascio tra le righe, mancano ma ci sono. Chiunque ama comprende.
Oh capitano De Capitani! Il prete ambrosiamo rimbrottato da un confratello siciliano - ne abbiamo parlato in questo post - sulle pagine di Avvenire (in gergo si direbbe, meglio, correzione fraterna), non si è fatto scappare l'occasione per replicare e rilanciare, anche sulla scorta di una nuova lettera - questa sì piuttosoto offensiva - inviatagli da un catechista neocat. Ora, preso dalla sindrome di Santoro - quella che fa del martirio rigorosamente mediatizzato la propria vocazione e insieme fa sentire portatori della Verità rivelata -, il Nostro ha tirato naturamente in ballo il Vaticano, che non è la Chiesa, e ha insistito nella sua lotta politica militante.
Alcuni passi della risposta a don Achille. Prima parla delle gerarchie:
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Non so esattamente su quali principi di fondo, se ci sono, le due linee principali (Ruini e Bertone) divergono. Probabilmente sulla rigidità più o meno ortodossa da tenere nei riguardi della salvaguardia di alcuni valori cattolici. Ed ecco una prima domanda: come si fa a difenderli e nello stesso tempo a chiudere un occhio sulle porcate del Premier? È più importante difendere i valori cattolici oppure denunciare il comportamento morale del capo di governo?
(...) Detto questo, e cioè che il Vaticano - non posso parlare di Chiesa, perché offenderei la vera Chiesa, quella del Cristo radicale - si trova in grave difficoltà nel decidere sul da farsi: dire qualcosa o no sul Berlusconi osceno, è chiaro che anche Avvenire, l’organo ufficiale d’informazione cattolica della Cei, rispecchi tale disagio all’interno della gerarchia. Ripeto: un disagio prettamente moralistico, nulla di più.
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Poi la risposta vera e propria:
Un dato di fatto: noi preti siamo una brutta categoria che non conosce affatto la solidarietà, ma non la conosce, nel mio caso, perché effettivamente non la vuole professare. Perché lo deve fare, se è su tutt’altre sponde?
(...) A dire il vero ci ho capito poco. Penso che abbia confuso un po’ tutto, ma una cosa è chiara: non solo la chiesa meridionale, anche quella settentrionale, ha una concezione spaventosa di Cristo e del Vangelo. Non vuole proprio capire che è giunto il momento di abbassare i ponti levatoi: deve uscire dal castello dorato, e incamminarsi verso l’Umanità. Come è comodo, per far tacere qualche voce dissidente, appellarsi alla misericordia e al perdono di Dio, come se non ci fosse anche la giustizia divina! Caro don Achille, perché ti permetti di dire come devo fare il prete? Con quale diritto me lo dici? In nome di chi? Di quale Dio? Hai citato il Vangelo a sproposito, secondo l’interpretazione di una religione che da tempo ha tradito la vera Chiesa di Cristo. Per piacere, non citare i martiri della giustizia, come don Pino Puglisi o profeti come don Primo Mazzolari. Lasciali in pace! E voi preti del sud, svegliatevi, uscite dalle sagrestie, combattete le ingiustizie che stanno opprimendo un popolo che aspetta da voi il coraggio di una parola di verità. Anche voi siete collusi con la mafia col vostro silenzio! Come potete tacere?
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Insomma, se ho capito bene la correzione fraterna non è nelle sue corde, lui però in tutta libertà può permettersi di rimproverare "alle gerarchie" di aver tradito il "Vangelo radicale" - come lo chiama lui, e al suo confratello di essere un colluso con la mafia. Complimenti.
L'ultimo aggiornamento del sito ripora un'altra lettera e successiva replica, dicevamo. Ora, a leggerla trasuda odio, non c'è dubbio. Anche questa partiva dalle frasi del Nostro sui militari uccisi a Kabul. L'odio non si giustifica, ma mi chiedo: se De Capitani avesse parlato di perdono e riconciliazione - come dalla Chiesa che anche lui rappresenta ci si aspetta - anzichè stimare come mercenari dei soldati che provano a servire la pace oltre che il proprio Paese, forse non avrebbe ricevuto simili attacchi. Chi semina odio, odio riceve. O no?
Ad ogni modo, questo blog ha già offerto parecchia pubblicità, link compresi - per completezza di informazione - al caro Don Giorgio. Da qui non ne avrà più. Ma certo non ne sentirà la mancanza, sa meglio di me come vendere le sue mercanzie. Pregheremo per lui e per i sacerdoti tutti.
Oggi è il giorno degli Angeli Custodi. Auguri a Charles e a tutti gli altri. Gli Angeli: «figure luminose e misteriose», diceva il Papa all'Angelus del 1° marzo 2009. Ecco un passo di quella sua meditazione. -
Gli angeli, dice il Vangelo, "servivano" Gesù (Mc 1,13); essi sono il contrappunto di Satana. "Angelo" vuol dire "inviato". In tutto l’Antico Testamento troviamo queste figure, che nel nome di Dio aiutano e guidano gli uomini. Basta ricordare il Libro di Tobia, in cui compare la figura dell’angelo Raffaele, che assiste il protagonista in tante vicissitudini. La presenza rassicurante dell’angelo del Signore accompagna il popolo d’Israele in tutte le sue vicende buone e cattive. Alle soglie del Nuovo Testamento, Gabriele è inviato ad annunciare a Zaccaria e a Maria i lieti eventi che sono all’inizio della nostra salvezza; e un angelo, del quale non si dice il nome, avverte Giuseppe, orientandolo in quel momento di incertezza. Un coro di angeli reca ai pastori la buona notizia della nascita del Salvatore; come pure saranno degli angeli ad annunciare alle donne la notizia gioiosa della sua risurrezione. Alla fine dei tempi, gli angeli accompagneranno Gesù nella sua venuta nella gloria (cfr Mt 25,31). Gli angeli servono Gesù, che è certamente superiore ad essi, e questa sua dignità viene qui, nel Vangelo, proclamata in modo chiaro, seppure discreto. Infatti anche nella situazione di estrema povertà e umiltà, quando è tentato da Satana, Egli rimane il Figlio di Dio, il Messia, il Signore. Cari fratelli e sorelle, toglieremmo una parte notevole del Vangelo, se lasciassimo da parte questi esseri inviati da Dio, i quali annunciano la sua presenza fra di noi e ne sono un segno. Invochiamoli spesso, perché ci sostengano nell’impegno di seguire Gesù fino a identificarci con Lui. Benedetto XVI
C'è un prete, si chiama Giorgio De Capitani, ha un suo bel sito internet, curato, pieno di link e video postati su YouTube, ospita nientemeno che autorevoli commenti di atei molto poco devoti che scrivono libri o vanno normalmente su giornali e riviste a discettare di tutto, Chiesa compresa, con poco tatto, molta malafede, grande ignoranza e suprema disinformazione. Don Giorgio.it ha nella "testata" il bollino rosso che solitamente in tv segnala i programmi adatti ad un pubblico adulto, qui forse vuole evidenziare il contenuto adatto ai cattolici adulti, quelli molto politicamente corretti. Altro particolare, la croce di Gerusalemme che appare nella barra di explorer, altro simbolo di una cattolicità sbandierata, e messa in pagina nel modo seguente: "Politica a Tutto Campo" è il sottotitolo del sito; poi una grande fotomontaggio, il Nostro accanto al cardinal Bagnasco, titolo "A differenza di don Farinella ho una cardinale che è un amore!" (De Capitani appartiene alla diocesi di Milano, Farinella a quella di Genova). Poi via via le notizie, le omelie, i video.
Un prete del III millennio insomma, iperconnesso. Ma iperpoliticizzato. A suprema testimonianza vale la pagina dedicata alla strage di Kabul, insieme agli interventi di De Capitani quelli di don Farinella, arcinoto per aver fatto idealmente firmare una lettera aperta che invitava a votare Veltroni nientemeno che alla Madonna, e per altre saggissime perle. Fate un giro e giudicate voi.
Poi qualcuno si chiede che senso avesse la proclamazione di un Anno Sacerdotale... e ancora perchè proporre la figura del curato d'Ars come modello validissimo per i sacerdoti di oggi. Non è forse vero che oggi più che mai c'è bisogno di pregare per i nostri sacerdoti? Vorremmo vederli impegnati nelle opere di carità, certo, molte di queste cose danno anche una certà visibilità e gratificazione, ma mi chiedo: la nostra società e la nostra Chiesa non hanno forse altrettanto bisogno di chi si dedichi totalmente ai sacramenti? Insisto, per me la parola chiave è "identificazione". Lo ha ricordato Benedetto XVI, è necessario ricordarlo ai nostri sacerdoti: l'identificazione con il proprio ministero è la sola strada da percorrere per testimoniare Cristo al mondo di oggi. Celebrando l'Eucarestia e "nascondendosi" nel confessionale i sacerdoti offrono il servizio più bello: rendono Gesù presente e tangibile nel suo corpo e sangue e, con il perdono, nell'Amore sconfinato che nutre per noi poveri peccatori.
Di seguito ripropongo una lettera aperta pubblicata su Avvenire di ieri (e on line anche qui.) Mi lascia un po' di serenità in più sapere che ci sono ancora sacerdoti così. Di esempi abbiamo bisogno, di testimoni.
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Caro don Giorgio De Capitani,
vorrei, attraverso Avvenire, indirizzarti questa lettera aperta, in ordine alle tue recenti dichiarazioni nei confronti dei nostri caduti a Kabul. Io sono un sacerdote siciliano di 53 anni, amo la pace e non mi piace la guerra. Per principio. Ma leggendo le tue parole di odio e di disprezzo ("mercenari") verso gli uomini in divisa morti in Afghanistan, ho sentito il bisogno di ricordarti che noi preti siamo nella Chiesa, per il mondo, la presenza di Cristo: «Dio ama tanto il mondo da mandare il suo Unigenito non per giudicare il mondo ma per salvarlo» (Gv 3,16). Quando Gesù fu pregato di intervenire per guarire il servo del centurione, poteva dire «È un mercenario, un occupante imperialista». E avrebbe detto il vero. Invece cambiò il programma della giornata e si avviò verso la casa del "mercenario", anzi guarì il servo (e anche su questo tu al suo posto avresti tenuto un comizio) prima di giungere a destinazione. Ancora oggi, nella Messa, prima di accostarci alla Comunione riecheggiamo le parole del centurione «non sono degno che tu entri nella mia casa, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito». Alla fine il militare nemico del popolo si beccò un encomio solenne «hai una fede grande grande».
Nel Vangelo il mercenario è la fotocopia del Pastore. Mentre questi conosce, ama e nutre tutte le sue pecore, fino a dare la vita per salvarle dai lupi, il mercenario scappa, perché non gli importa nulla delle pecore (cfr. Gv 10). Caro fratello, non si può essere pastori, selezionando nel gregge i giusti (quelli che votano chi piace a te) e tutti gli altri: questo compete al Signore Gesù nel giorno del giudizio (cfr. Mt 25). Altrimenti rischi di diventare tu il mercenario a cui interessano solo "alcune" pecore, disprezzando e oltraggiando al contempo tutte le altre che non la pensano come te.
La libertà dei figli di Dio ti consente, se lo vuoi, di fare il tribuno, il sindacalista, il no global, ma non ti consente di disprezzare, da prete, nessuno dei tuoi fratelli, il loro dolore, la loro dignità, il loro bisogno di costruire un futuro seppur rischiando la vita, come fanno i militari, non solo quelli di Kabul, ma tutti quelli che con una divisa proteggono te, la tua libertà, la tua professione di fede per uno stipendio di fame. Il mio fraterno amico Pino Puglisi sapeva cosa rischiava, ma cercò fino all’ultimo di dialogare perfino coi mafiosi, per spiegare loro il male che facevano, principalmente ai loro figli. Non se ne stava a chattare, linkare, bloggare, youtubare, ma come don Mazzolari «voleva bene anche a Giuda» e ogni giorno «faceva qualcosa» per il suo gregge. Mai una parola di odio, mai un filo di rancore verso chi ogni giorno gli faceva sapere che era sgradito, sempre benedicendo e mai maledicendo nessuno. E la mafia lo uccise. Era un mercenario? No, riscuoteva il tuo stesso stipendio dall’8 per mille ed era sempre pieno di debiti per aiutare il prossimo. Se l’è cercata? No, ma ha accettato con l’amore di Cristo Sacerdote i colpi di pistola di Cosa nostra. Non era un "prete scomodo", era un "prete vero". E tu? Fraternamente.
don Achille Passalacqua, Rocca di Capri Leone (Me)
(AGI) - CdV, 30 set. - Raffaele Nogaro: uomo scomodo e controcorrente, vescovo «senza mitria né pastorale» che crede a una Chiesa testimone di civiltà, giustizia e legalità, una «Chiesa dell'impegno, sensibile a tutti i problemi dell'umanità». Così si racconta, incalzato dalle domande di Orazio La Rocca, nel volume Ero straniero e mi avete accolto. Il Vangelo a Caserta, edito da Laterza (la scheda). Uomo del Nord adottato dal Sud, Nogaro narra della vocazione contrastata e del primo servizio pastorale come parroco a Udine, nel suo Friuli, fino alla chiamata in Campania nel 1983 come Vescovo di Sessa Aurunca prima e di Caserta poi, dal 1990 e fino all'aprile scorso quando ha lasciato l'incarico per raggiunti limiti di età. C'è il primo Natale in Campania accanto agli operai che difendevano il posto di lavoro e da lì l'impegno costante accanto agli ultimi, ai poveri, agli immigrati – e si legge la durissima critica alla “Direttiva rimpatrio” della Ue (poi recepita anche dal governo italiano ndr) –, la lotta alla camorra, la denuncia della malavita, della corruzione e del clientelismo, la difesa dell'ambiente, il no «sempre e comunque» alla guerra e l'opzione per una «pace senza se e senza ma». Scelte che hanno provocato contrasti e frizioni con esponenti del mondo politico – come con alcuni notabili della Dc campana –, e creato malumori anche all'interno della Chiesa, specie per le prese di posizione sulla presenza militare italiana in Iraq e Afghanistan. «Oggi vedo l’avanzare di una Chiesa troppo autoreferenziale che confonde facilmente i suoi fini con i suoi interessi – afferma Nogaro. È un atteggiamento che può essere letto come il tentativo di parte della gerarchia ecclesiastica di indurci a pensare che Dio sia nella Chiesa e, pertanto, che il mondo esista per servire la Chiesa e questa per affermare a ogni costo solo ed esclusivamente se stessa. Invece, Dio è nel mondo e la Chiesa esiste per servire il mondo, creato e amato da Dio, redento e perdonato da Lui. L’opzione della Chiesa, allora, scrive Nogaro nella parte centrale del libro, «dovrebbe essere ancora il predicare un cristianesimo di sequela, cioè vero, autentico e continuativo, piuttosto che un cristianesimo di consumo, fatto solo di apparenze, di vuoti dogmatismi e di ipocrisie. Non si può pensare che con più praticanti si salvano più uomini. Ecco perché dico, sperando di non esagerare agli occhi di qualche benpensante, che vorrei che la mia Chiesa oggi fosse sempre più una Chiesa di frontiera, protesa verso i bisogni dell’uomo, non di vertice, istituzionalmente lontana. Essere Chiesa di frontiera significa stare più in mezzo alla gente comune che restare chiusa tra quattro mura, in una curia dorata, inaccessibile ai più, perché la frontiera è fuori dal tempio».
Ma la Chiesa a cui aspira monsignor Nogaro è quel “popolo di Dio” – secondo le indicazioni del Concilio – che guardi all'amore del Cristo prepasquale, «il Figlio dell'Uomo pieno di compassione, misericordia e perdono che si propone a una Chiesa che vinca le tentazioni del potere, della ricchezza e del prestigio». Vorrebbe una “centrale d'amore”, Nogaro, e non una sorta di Corte Suprema composta da giudici che dividono il mondo in buoni e cattivi. «Abbiamo un Papa meraviglioso, per tanti versi – afferma il vescovo: ha tanta sapienza, ha tanto cuore, però a volte sembra essere distante dalla gente. Invece, la Chiesa non dovrebbe mai esprimere giudizi, reprimere senza speranza, dividere definitivamente». La Chiesa, ribadisce Nogaro, «dovrebbe comprendere, capire, amare di più, senza controparti, senza resoconti. C'è già la società che controlla l'uomo in tutti i suoi comportamenti».
Alla fine del suo mandato pastorale, Nogaro lascia alla diocesi di Caserta soprattutto “le opere di misericordia”, scrive Orazio La Rocca: la Tenda di Abramo per l'assistenza ai senza fissa dimora, il Banco alimentare, la Comunità Rut per le ragazze madri e le ex prostitute, la Casa Zaccheo per immigrati regolari e clandestini, la Fondazione antiusura don Peppino Diana. (AGI)
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PS Nogaro è senza dubbio un personaggio sigolare, da ammirare per lo zelo pastorale, per l'opera di soccorso agli ultimi in un territorio difficile e pervaso dalla criminalità organizzata, ma certo alcuni passaggi dei suoi ragionamenti possono destare delle perplessità, personalmente li ritengo quantomeno discutibili.
Riguardo la figura di Benedetto XVI ad esempio, toccata in un paio di punti del libro, oltre che per l'inflazionata ormai questione della Messa in latino (che ho scelto di non riportare) anche nello stralcio qui su riprodotto. "Sembra essere lontano dalla gente", scrive Nogaro, un'immagine credo lontana dalla realtà, più vicina allo stereotipo proposto da certa stampa - come dalla Repubblica di La Rocca -, che alla realtà delle cose. Basterebbe guardare, solo per fare un esempio, agli esiti dell'ultimo viaggio apostolico per ricredersi.
L'edizione domenicale di Agorà, l'inserto culturale di Avvenire, ha dedicato la pagina centrale alla musica. Ma non a una musica qualsiasi. Intorno a una magnifica riproduzione dell'opera Santa Cecilia con l'angelo di Carlo Saraceni (sopra nell'immagine) si snodavano le colonne della riflessione del monaco benedettino Anselm Grün dedicata al Canto sacro. Il testo completo lo si può trovare qui.
L'editorialino era invece curato da Pierangelo Sequeri, teologo e musicista, che prendendo spunto dalle parole di Grün ha tracciato un piccolo vademecum sulla musica che accompagna la liturgia, sgombrando il campo da qualsiasi rivendicazione "politica" di una o dell'altra fazione ma concentrandosi sul merito della questione. Per cui occorre competenza. Di seguito alcuni passaggi del suo intervento, spunti per un dibattito che deve essere serio, che non lasci spazio al revanscismo ma che si curi possibilmente del fine ultimo, la degna celebrazione del sacrificio eucaristico. Parliamone.
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In primo luogo, la celebrazione dell’eucaristia è il pilastro della comunità: chiede ogni cura e l’investimento delle passioni migliori. Liete possibilmente, non tristi. Non deve diventare una bandiera della propria militanza politico- ecclesiastica. Né deve essere farcita di espedienti eccitanti, che mirano ad attrarre clientela a tutti i costi. È l’atto più sacro del cristianesimo: di fronte al quale stare, ogni volta, con timore e tremore. Il memoriale eucaristico del Signore, che raduna i suoi e si dona per i molti, rende partecipi in modo semplicemente reale, della sua comunione e del suo sacrificio. Ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo è prezioso: il punto di attrazione è il Corpo del Signore, che ci guarda, ci parla, ci nutre. Nella madre di tutte le celebrazioni cristiane, ogni cosa si tiene. Guai a chi prevarica su di essa, adattandola alla rappresentazione delle sue fissazioni polemiche, apologetiche, estetiche. Ci deve pur essere una strada, fra l’eccitazione festaiola e la posizione depressiva: almeno a messa.
In secondo luogo, la qualità musicale della celebrazione è una componente essenziale del modo di agire del sacramento. Punto. Tale qualità musicale non riguarda soltanto i 'pezzi' di musica dai quali è spesso semplicemente 'farcita' (oggi, poi, con desolante e colpevole routine, che fa regredire il repertorio verso le soluzioni della pigrizia e della disaffezione). La musicalità necessaria alla celebrazione è fatta anche dei gesti, delle parole, degli sguardi, delle posture. E poi, certo, dalla qualità degli interventi vocali/musicali: che va minuziosamente pensata e disposta, con scrupolo di attenzione all’impianto tematico e alla sequenza di eventi della liturgia. Il memoriale del Signore deve risultarne proprio così, anche nella regìa più semplice, indimenticabile per l’anima. Fa bene Grün ad usare un linguaggio destinato ad incoraggiare i ministri e i membri della comunità verso una nuova e più profonda affezione. Dall’autonoma inziativa degli 'esperti', sino ad ora, non abbiamo ricavato granché. Squilli di tromba a sinistra, risposte di trombone a destra. E un paio di generazioni di giovani, ferrati e appassionati, scoraggiate dalle opposte grida (oltretutto musicalmente tronfie e modeste, al tempo stesso). Il nostro problema non è allargare l’audience teatrale delle star del podio, per i loro ripescaggi musicologici. Né, tanto meno, consentire diritto di espressione all’estero senza arte né parte, per chiunque ne senta la voglia.
La musica per la liturgia è una responsabilità grave: di scienza e di coscienza. Giusto, dunque, indirizzare l’appello ai credenti che hanno conservato nostalgia per l’incanto che si deve generare intorno alla celebrazione del Corpo del Signore. Loro, devono farsi avanti. E contagiare, con lo stile della fede, l’estetica musicale migliore. I carismi autentici, dice Paolo, hanno già in sé affezione e cura per la comunità, non per sé stessi. I migliori, per il servizio musicale della Chiesa, si trovano fra quelli che lavorano bene per la comunità, invece di strillare rivendicazioni e anatemi. E in chiesa, ci vanno davvero. Non solo per accendere candeline. DiPierangelo Sequeri
La Chiesa non può essere indifferente di fronte alla separazione dei coniugi e al divorzio, davanti alla rovina dellla famiglia e alle conseguenze che separazioni e convivenze hanno sui figli. Lo ha detto Benedetto XVI, questa mattina, ricevendo alcuni membri della Conferenza episcopale brasiliana in visita "ad Limina" a Castelgandolfo. I figli in particolare - ha rilevato il Papa - di fronte a famiglie allargate che moltiplicano padri e madri perdono dei riferimenti precisi per la loro educazione e si sentono orfani, non perchè figli senza genitori, ma perchè figli che ne hanno troppi.
Il Papa ha così incoraggiato i vescovi ad accompagnare le famiglie, che vivono come "sotto assedio", perchè non siano illuse e sedotte da certi stili di vita relativisti promossi da alcune produzioni cinematografiche o televisive, e perchè seguano l'esempio di quelle che vivono pienamente il sacramento del matrimonio e per questo sono capaci di perdonare, accogliere i figli che soffrono, illuminare la vita dell'altro con la bellezza dell'amore. A partire da queste famiglie - ha concluso il Papa - è possibile ristabilire il tessuto sociale.
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Alcuni passaggi del discorso. Mentre la Chiesa paragona la vita umana con la vita della Santissima Trinità - prima unità di vita nella pluralità delle persone - e non si stanca di insegnare che la famiglia ha il proprio fondamento nel matrimonio e nel piano di Dio, la coscienza diffusa nel mondo secolarizzato vive nell'incertezza più profonda e tale riguardo, soprattutto da quando le società occidentali hanno legalizzato il divorzio. L'unico fondamento riconosciuto sembra essere il sentimento, o la soggettività individuale, che si esprime nella volontà di convivere. In questa situazione, diminuisce il numero dei matrimoni, poiché nessuno impegna la propria vita con una premessa tanto fragile e incostante, crescono le unioni di fatto e aumentano i divorzi. In questa fragilità si consuma il dramma di tanti bambini privati del sostegno dei genitori, vittime del malessere e dell'abbandono, e si diffonde il disordine sociale.
La Chiesa non può restare indifferente di fronte alla separazione dei coniugi e al divorzio, di fronte alla rovina delle famiglie e alle conseguenze che il divorzio provoca sui figli. Questi, per essere istruiti ed educati, hanno bisogno di punti di riferimento estremamente precisi e concreti, vale a dire di genitori determinati e certi che, in modo diverso, concorrono alla loro educazione. Ora è questo principio che la pratica del divorzio sta minando e compromettendo con la cosiddetta famiglia allargata e mutevole, che moltiplica i "padri" e le "madri" e fa sì che oggi la maggior parte di coloro che si sentono "orfani" non siano figli senza genitori, ma figli che ne hanno troppi. Questa situazione, con le inevitabili interferenze e l'incrociarsi di rapporti, non può non generare conflitti e confusioni interne, contribuendo a creare e imprimere nei figli una tipologia alterata di famiglia, assimilabile in un certo senso alla stessa convivenza a causa della sua precarietà.
È ferma convinzione della Chiesa che i problemi che oggi i coniugi incontrano e che debilitano la loro unione, hanno la loro vera soluzione in un ritorno alla solidità della famiglia cristiana, ambito di mutua fiducia, di dono reciproco, di rispetto della libertà e di educazione alla vita sociale. È importante ricordare che, "l'amore degli sposi esige, per sua stessa natura, l'unità e l'indissolubilità della loro comunità di persone che ingloba tutta la loro vita" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1644). In effetti, Gesù ha detto chiaramente: "l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto" (Mc 10, 9), e ha aggiunto: "Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio" (Mc 10, 11-12).
Con tutta la comprensione che la Chiesa può provare dinanzi a simili situazioni, non esistono coniugi di seconda unione, ma solo di prima unione; l'altra è una situazione irregolare e pericolosa, che è necessario risolvere, nella fedeltà a Cristo, trovando con l'aiuto di un sacerdote, un cammino possibile per salvare quanti in essa sono implicati. Per aiutare le famiglie, vi esorto a proporre loro, con convinzione, le virtù della Santa Famiglia: la preghiera, pietra d'angolo di ogni focolare domestico fedele alla propria identità e alla propria missione; la laboriosità, asse di ogni matrimonio maturo e responsabile; il silenzio, fondamento di ogni attività libera ed efficace.Benedetto XVI
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Aggiornamento. Sempre a proposito di famiglia, ecco un passo del discorso (qui il testo completo) pronunciato da Benedetto nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Praga, durante il suo ultimo viaggio in Repubblica Ceca:
«Alla riflessione uniamo la preghiera, invocando dal Bambino Gesù il dono dell’unità e della concordia per tutte le famiglie. Pensiamo specialmente a quelle giovani, che debbono fare tanti sforzi per dare ai figli sicurezza e un avvenire dignitoso. Preghiamo per le famiglie in difficoltà, provate dalla malattia e dal dolore, per quelle in crisi, disunite o lacerate dalla discordia e dall’infedeltà. Tutte le affidiamo al Santo Bambino di Praga, sapendo quanto sia importante la loro stabilità e la loro concordia per il vero progresso della società e per il futuro dell’umanità». BXVI
PAPA: PREGARE, LAVORARE E SOFFRIRE PER LA CHIESA SENZA MAI TRADIRLA
(AGI) - CdV, 23 set. - L'esempio di Sant'Anselmo, che "sostenne con coraggio l'indipendenza dal potere temporale e difese la Chiesa dalle ingerenze" legate alla "pretesa delle investiture ecclesiastiche", ingaggiando nell'undicesimo secolo una lunga lotta che "gli costò l'amarezza dell'esilio dalla sua sede di Canterbury", deve rappresentare un "incoraggiamento per i pastori di oggi e per i fedeli a pregare lavorare e soffruire per la Chiesa senza mai abbandonarla e tradirla".
Lo ha detto Benedetto XVI nell'Udienza Generale di oggi, tenuta nell'Aula Nervi, a cui hanno partecipato oltre 9 mila fedeli, molti dei quali non hanno trovato posto all'interno e hanno seguito la catechesi dall'atrio dell'edificio.
Ma Anselmo di Aosta è stato anche un grande filosofo e teologo, ed è di grande attualità anche oggi la sua preghiera, citata dal Pontefice tedesco: "non tento Signore di penetrare la tua profondità perchè non posso ma desidero intendere almeno fino a un certo punto, non chiedo di capire per credere ma credo per capire"."Il cammino di ricerca di Dio non è mai concluso", ha commentato Papa Ratzinger, citando la chiarezza e il rigore logico del pensiero di Sant'Anselmo, che hanno sempre avuto come scopo quello di 'elevare lo spirito alla contemplazione di Dio'. "Per questo - ha spiegato Benedetto XVI - chi vuol fare teologia non può contare solamente sulla propria intelligenza ma deve coltivare una profonda esperienza di fede". La ricerca, ha proseguito, è così un cammino che parte dalla fede, passa per l'esperienza, cioè "l'incarnare la parola di Dio nella propria vita", e arriva alla conoscenza, la vera e propria "intuizione contemplativa". Il ricordo di Sant'Anselmo, che fu abate della comunità benedettina di Bec e successivamente arcivescovo di Canterbury fino alla morte avvenuta nel 1109, "l'amore per la verità e la sete di Dio che marcarono la sua esistenza - ha concluso il Papa - siano stimolo alla ricerca di una sempre più intima unione con Cristo".
Nel salutare i pellegrini italiani, Benedetto XVI ha ricordato San Pio da Pietrelcina, di cui oggi ricorre la memoria liturgica. "La testimonianza di fede e di carità che animò San Pio – ha detto il Papa – incoraggi i giovani a progettare il futuro come un generoso servizio a Dio e al prossimo, aiuti i malati a sperimentare nella sofferenza il sostegno e il conforto di Cristo crocifisso". L’esempio di questo Santo tanto popolare – ha concluso il Papa – sia infine per i sacerdoti, in questo Anno sacerdotale, e per tutti i cristiani un invito a confidare sempre nella bontà di Dio, accostandosi e celebrando con fiducia il Sacramento della Riconciliazione, di cui il Santo del Gargano, instancabile dispensatore della misericordia divina, fu assiduo e fedele ministro".
Benedetto XVI ha pure ricordato la catastrofe avvenuta nella miniera di Wujek-Slask. "Mi unisco spiritualmente alle famiglie delle vittime e ai feriti – ha detto. Tutti affido alla preghiera alla Divina Misericordia. Per i defunti imploro il riposo eterno, per i feriti la guarigione e per tutti i loro cari il dono della forza che proviene dalla fede. Dio protegga da simili tragedie tutti i lavoratori. A tutti auguro la fortezza d’animo". Rivolgendosi ai pellegrini inglesi il Papa ha poi chiesto di pregare per il suo imminente viaggio in Repubblica Ceca, "perchè porti numerosi frutti spirituali".
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CASO WILLIAMSON: VATICANO, INFONDATE LE ACCUSE AL PAPA
(AGI) - CdV, 23 set – "Rilanciare il caso Williamson non può servire ad altro che a continuare a creare confusione senza motivo", così il direttore della sala Stampa Vaticana padre Federico Lombardi ha risposto ai giornalisti in merito alla trasmissione della tv svedese che ha accusato il Papa di essere stato a conoscenza delle dichiarazioni negazioniste del vescovo lefebvriano al momento della revoca della scomunica. "E’ assolutamente senza fondamento – ha detto Lombardi – affermare o anche solo insinuare che il Papa fosse stato antecedentemente informato sulle posizioni di Williamson. Ciò è stato negato chiaramente nella Nota della Segreteria di Stato del 4 febbraio, che esprime anche nel modo più netto la radicale dissociazione del Papa e della Chiesa cattolica nei confronti di ogni posizione antisemita o negazionista dell’Olocausto". "Inoltre – ha proseguito il portavoce Vaticano – la lettera del Papa ai vescovi, del 10 marzo scorso, ha messo un punto fermo su tutta la questione e non vi è quindi motivo di riaprirla. Il Papa ha spiegato il senso della remissione della scomunica come gesto per favorire l’unità della Chiesa e allo stesso tempo ha mostrato la totale infondatezza delle accuse a lui dirette di mancanza di rispetto per il popolo ebraico; ha anche riconosciuto con semplicità i limiti della comunicazione vaticana interna ed esterna, e ha provveduto a un nuovo status della Commissione Ecclesia Dei, proprio per garantire un migliore e più sicuro modo di procedere nelle questioni relative ai rapporti con i tradizionalisti".
Un primo bilancio, giunti a metà strada, sul corso per praticanti organizzato dall'Ordine dei giornalisti del Lazio in vista dell'esame di abilitazione professionale.
Del lunedì e della simulazione dello scritto Monia ne ha fatto sul suo blog una bella "cronaca con allegati", così - continuando a parafrasare termini tecnici dell'esame - io proverò a fare un'"analisi".
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Sentimenti contrastanti: da un lato la riconoscenza dall'altro lo sconcerto. Per una settimana pendolari della Roma Nord, tra Flaminio e la fermata Campi sportivi, volenterosi praticanti e praticantesse seguono pieni di belle speranze un corso (grazie al cielo, e a Bruno Tucci, gratuito) che oltre alla prova simulata dello scritto, prevede lezioni-chiacchierate dedicate fin qui alla prova orale, all'attualità e al penale. Sarà l'aver di fronte qualcuno della vecchia guardia, sarà che almeno i grandi vecchi riescono dall'alto della loro esperienza a tracciare una netta linea di demarcazione tra giornalismo e travaglismo ma Tucci, Sandro Acciari e Roberto Martinelli (quest'ultimo bestemmie a parte), rendono più leggero il rientro al caotico centro della Capitale. Mi ha fatto piacere vedere confermate idee che ho riportato ad esempio qui. Ma un sano realismo pure s'impone: se all'esame sarà bene seguire le regole che loro suggeriscono, quelle cioè di un giornalismo "senza divisa", scevro dai condizionamenti, dalle letture distorte e "di parte", la stampa sembra andare tutta da un'altra parte. Toccherà a noi, per quanto potremo, non cedere, tenere il più possibile fede all'ideale che ci ha trascinati sin qui e sorretto per due anni in giro tra la redazione di Lumsa News e i vari stage romani e non.
Oggi però siamo definitivamente ripiombati sulla terra, anzi sotto, nei cunicoli delle fogne. Lì dove le persone perdono qualsiasi pudore. Succede quando quattro "strappone" continuano a chiedere insistentemente - quasi a volerle estorcere - le domande dei quiz che troveranno all'esame. Credo che un aiuto, come dire una certa solidarietà, sia apprezzabile da parte di commissari umani e comprensivi, ma nessuno - nè loro nè tantomeno i candidati dovrebbero arrivare a vendersi in questa maniera.
Ha ricordato giustamente Acciari di un membro di commissione serio che fece presente al presidente carogna che dietro ogni candidato c'è una storia, una famiglia. Una persona così ha tutta la mia stima, quello è l'"aiuto" di cui abbiamo bisogno: l'umanità.
Il resto lo dobbiamo guadagnare da soli, preparandoci e studiando - possibilmente!
Sono certo che ci sosterremo tra noi nei momenti di dubbio e difficoltà, ma scene come quelle di stamattina sono rivoltanti. Molto più dignitosa la puttana che ogni mattina incontravamo su Via del Pentathlon, sulla strada verso il centro del Coni dove seguiamo il corso. Professionismo significa, nel giornalismo, esercitare in maniera esclusiva: qualcuna evidentemente si adopera già nel doppio mestiere.
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PS Non tutti i colleghi e le colleghe del corso hanno una così bassa concezione di sè, la maggior parte, fortunatmente, pare seriamente impegnarsi per raggiungere l'obiettivo. Mai così vicino.
PPS Bellissimo il centro Giulio Onesti del Coni. Abbiamo incontrato nell'ordine: la nazionale di calcio femminile, le splendide pallavoliste - sempre della nazionale, il Salisburgo (con lattina gigante di Red Bull al seguito e pullman ufficiale pure ornato di tori rossi) che si allenava in vista della partita contro la Lazio, altri vari/varie sportivi/ve che popolano prati e campi e strutture immerse nel verde, ma anche una barista che non mi vede di buon occhio (il caffè però è buono).
Oggi è la Festa, bellissima, dell'Esaltazione della Croce, domani è la memoria della Vergine Addolorata.
Offro un pensiero, faccio mia ancora una volta la preghiera cantata da Giovanni Lindo. Le immagini sono alcune tra quelle che ho catturate in questi miei anni romani. Poca cosa, ma sincera.
(AGI) - CdV, 10 set. - Fare del prossimo Sinodo per l'Africa un'occasione per "far parlare" il Continente e "farlo ascoltare dai media", dare vita a un Osservatorio per cogliere gli aspetti più stimolanti che verranno dall'incontro dei vescovi e far da cassa di risonanza per l'informazione, i religiosi e la società civile. E' l'auspicio della Conferenza degli Istituti Missionari in Italia, dei redattori delle riviste missionarie (FESMI) delle realtà del volontariato (FOCSIV) e dell'Unione stampa cattolica del Lazio riunite questa mattina nella sede dell'Azione Cattolica per presentare le prime iniziative pensate in coincidenza con il Sinodo. Presenti all'incontro, oltre a varie realtà dell'informazione e dell'educazione, padre Fernando Zolli del CIMI, Sergio Marelli della FOCSIV, rappresentanti della Comunità Papa Giovanni XXIII e padre Alex Zanotelli, missionario comboniano. Particolarmente apprezzato e citato l'Instrumentum laboris che prepara l'Assemblea (la seconda a quindici anni dalla precedente) che avrà luogo in Vaticano dal 4 al 25 ottobre sul tema "La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace". Padre Zanotelli ha parlato dell'Africa come del continente più ricco al mondo, ma anche più violato, come se "la sua ricchezza sia la sua maledizione", e ha elencato una serie di temi di cui non si può non tener conto: la vendita delle terre, il problema dei biocarburanti - milioni di ettari sottratti al sostentamento della popolazione -, l'emigrazione, oltre che i vari trattati stipulati dai Paesi africani con l'Europa e gli USA e che necessitano di un ripensamento. Importanti saranno poi gli aspetti più propriamente ecclesiali - ha proseguito il missionario -, come l'inculturazione, il diritto a una propria liturgia, la teologia. Una battuta sul debito, infine: "pare insormontabile perché ammonta a 300 miliardi di dollari, consideriamo però che per salvare le banche se ne sono trovati 6mila". Sergio Marelli della FOCSIV ha accusato gli organismi internazionali di basare la propria visione dell'Africa solamente sugli indici di crescita econonomica, a fronte di un PIL che cresce del 5-6% annuo (spinto dai proventi dell'esportazione di petrolio, minerali, prodotti agrcoli) però, l'80% della popolazione non accede a nessun beneficio, una situazione ulteriormente aggravata dall'attuale crisi economica. L'Instrumentum laboris (portato dal Papa in Africa nel suo recente viaggio apostolico ndr) - ha detto Marelli - è un '"documento di controtendenza, la Chiesa si riappropria di un ruolo profetico interpretando la voce del popolo. E' una grande denuncia che interroga vescovi e laici".
Tra i tanti appuntamenti annunciati un Convegno a Palazzo Valentini il primo ottobre, il presidio di preghiera del Movimento giovanile Missionario tra il 4 e il 25 ottobre nella chiesa della Traspontina, un recital all'Auditorium della Conciliazione il 19 ottobre.
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Singolare, come ha fatto notare Andrea Melodia dell'UCSI, l'assenza all'incontro odierno delle grandi testate giornalistiche italiane, evidentemente interessate a ben altri argomenti...
Per Dante il 9 era la perfezione, era Beatrice stessa.
(...) Secondo Tolomeo e secondo la cristiana veritade, nove siano li cieli che si muovono, e, secondo comune oppinione astrologa, li detti cieli adoperino qua giuso secondo la loro abitudine insieme, questo numero fue amico di lei per dare ad intendere che ne la sua generazione tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente s'aveano insieme.
Questa è una ragione di ciò; ma più sottilmente pensando, e secondo la infallibile veritade, questo numero fue ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo così. Lo numero del tre è la radice del nove, però che, sanza numero altro alcuno, per se medesimo fa nove, sì come vedemo manifestamente che tre via tre fa nove. Dunque se lo tre è fattore per se medesimo del nove, e lo fattore per se medesimo de li miracoli è tre, cioè Padre e Figlio e Spirito Santo, li quali sono tre e uno, questa donna fue accompagnata da questo numero del nove a dare ad intendere ch'ella era uno nove, cioè uno miracolo, la cui radice, cioè del miracolo, è solamente la mirabile Trinitade.
Forse ancora per più sottile persona si vederebbe in ciò più sottile ragione; ma questa è quella ch'io ne veggio, e che più mi piace.
(Vita nuova xxix, 2-4)
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Lascio il mio Dante, la sua poesia. Ritorno a questo giorno. Mi daranno del patetico, fissato a mettere insieme date di un ricordo ma non è così e "lascio cinguettare i passeri". Per noi 9 è il giorno in cui ti si sente più forte, più vicino e in cui ci manchi di più. Un giorno per fare, o almeno cercare, un po' di silenzio. Difficile quando il lavoro richiede l'ennesimo sforzo e ci si alza già stanchi alla mattina, quanto tutto intorno sembra andare a un'altra velocità, descrivendo traiettorie opposte alle proprie, quando nella fatica quasi si va avanti per inerzia. La metro va, annuncia la mia fermata e devo aggrapparmi ai sostegni per alzarmi e camminare, quando un giorno vorrei solo restare seduto e lasciarla andare, mandare al lavoro una controfigura, e farmi trasportare. Ora mi daranno anche della canaglia, come di uno che fugge dalla realtà. Ma il problema è che nella realtà ci siamo fin troppo e non possiamo farci travolgere, dimenticando ciò che salva la nostra vita rendendola degna, dimenticando noi stessi. La stanchezza, le difficoltà sono la tentazione maggiore per lasciarsi, per lasciarci. Non voglio.
Oggi Benedetto all'udienza ha parlato di San Pier Damiani che qualificava «la cella dell’eremo come "parlatorio dove Dio conversa con gli uomini"». Questo è importante oggi pure per noi, ha detto il Papa, «anche se non siamo monaci: saper fare silenzio in noi per ascoltare la voce di Dio, cercare, per così dire un "parlatorio" dove Dio parla con noi: apprendere la Parola di Dio nella preghiera e nella meditazione è la strada della vita». E, aggiungo, in Lui trovare anche te.
A San Luca avevamo il chiostro e vivevamo come moderni monaci votati alle lettere o alla musica, oltre che a Dio. E avevamo quel singolare modo di parlarci e raccontare, con una lingua solo nostra che spesso si è nutrita di silenzio, specie quando la vita ci ha separati. Ora e in maniera altrettanto singolare la morte, povera illusa che credeva di dividerci per sempre, ci ha fatto vicini un'altra volta, e abbiamo anche noi il nostro personale "parlatorio". C'è poco da nascondere, la mia mediocrità è costantemente sotto ai tuoi occhi, perdonami. Ma continua ad ascoltarmi e parlare con me. Ho sentito Giovanna oggi, parliamo come amici senza stupircene, perché così è giusto ed è bello. Sappiamo di poter contare sulla tua presenza che ci unisce, ogni 9, ogni giorno.
S.EGIDIO: BARROSO E RICCARDI, EUROPA NON DIMENTICHI LE COLPE
(AGI) - Cracovia, 7 set. - "La dignità umana è il punto di partenza dell'Europa del futuro". Il presidente della Commissione Europea Josè Barroso, ha voluto ricordarlo all'incontro "Religioni e culture in dialogo" organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio e dall'Arcidiocesi di Cracovia. Per Barroso l'Europa deve basarsi su principi capaci di promuovere lo sviluppo "di ogni persona umana nella sua integrita'". E libertà, diritti umani, tolleranza, solidarietà, lotta alla povertà e salvaguardia dell'ambiente devono essere i valori "alla base del modello europeo di società". La scelta di Cracovia non è casuale, come ha ricordato il fondatore di Sant'Egidio Andrea Riccardi. A settant'anni dallo scoppio della Seconda guerra mondiale "nessuna cultura politica, nessuna visione del futuro, nessun umanesimo, possono dimenticare il crogiuolo del fuoco che fu la guerra. Un'umanità smemorata - ha ammonito Riccardi - produce politiche inconsistenti effimere, senza futuro, prigioniere dei fuochi d'artificio del mondo mediatico". A Cracovia, ha sottolineato, oltre 500 rappresentanti di varie religioni si incontrano nello "spirito di Assisi", quello dell'incontro interreligioso voluto da Giovanni Paolo II nel 1986. "Lo spirito di Assisi è dialogo tra le religioni, coscienti dell'apporto decisivo delle religioni e dello spirito alla pace". Sulla linea tracciata da quel primo incontro la Comunità di Sant'Egidio "comprese - ha detto Riccardi - che si doveva proseguire" credendo nel dialogo per "creare una civiltà del vivere insieme". Dopo il 1989 - ha proseguito lo storico - c'erano le possibilita' di creare questa civiltà. Il mondo globalizzato e' una grande occasione di pace. Molti hanno preferito affidarsi a una globalizzazione economica, considerata come una provvidenza che tutto guida al bene. Altri hanno cominciato a vedere il mondo retto dalla logica dello scontro: di religione o di civiltà. E, specie dopo i sanguinosi atti terroristici dell'11 settembre 2001, abbiamo assistito alla crisi del dialogo. Si è affermato di nuovo l'uso della forza e della guerra, come strumento per risolvere i problemi. I risultati tristi di questa politica - ha ammonito - sono sotto gli occhi di tutti". Il dialogo - ha concluso Riccardi - è stato additato come una via debole e perdente. Ma l'aggressività produce aggressività. Il disprezzo fa risorgere muri di odio, sepolti appena da pochi decenni. Noi abbiamo tenuto duro in questi ultimi anni, fiduciosi che il dialogo scriva la storia migliore". (segue, Siz) Nel suo intervento, anche il presidente della Commissione Europea ha ricordato l'anniversario della Seconda Guerra Mondiale rilevando che fu proprio in Polonia che essa cominciò e che "nessun altro Paese simboleggia con maggiore forza le pene, le sofferenze e le atrocità della guerra". "L'Unione Europea fu creata per assicurare che tali atrocità non si sarebbero ripetute mai più", ha ribadito Barroso, rammentando poi la mancata realizzazione del "sogno della liberta'" nei paesi dell'Europa centro orientale dopo la fine degli avvenimenti bellici, e il fondamentale ruolo di Giovanni Polo II perchè il nostro continente potesse oggi di nuovo "respirare con i due polmoni". Barroso ha poi sottolineato l'importanza di Solidarnosc quale primo movimento democratico nell'Europa centro orientale. E a Cracovia la riflessione non poteva non essere centrata sul ruolo di Giovanni Paolo II, protagonista della storia contemporanea. "E' stato il buon pastore al di là dei confini della Chiesa cattolica e di ogni Chiesa cristiana", ha affermato il vescovo luterano Jürgen Johannesdotter nella tavola rotonda "Memoria e profezia: l'eredità di Giovanni Paolo II" all'incontro internazionale per la pace che si sta tenendo a Cracovia grazie alla Comunità di Sant'Egidio. "Venire in Polonia come tedesco - ha confidato il luterano - è una grande felicità e mi aiuta a superare il senso di vergogna che provo per quello che la Germania ha fatto nella II guerra mondiale". Giovanni Paolo II ha testimoniato che non c'è pace senza riconciliazione e perdono, di più, è stato il Papa del perdono; il perdono è parte del suo messaggio. "Come vescovo luterano - ha aggiunto - mi piace testimoniare che Giovanni Paolo II è Papa della pace che viene dal Vangelo attraverso un messaggio discreto e gioioso. Ha vissuto e testimoniato la libertà del Vangelo anche da malato: Giovanni Paolo II è il buon pastore che offre la sua vita per le sue pecore, vivendo quello che dice Paolo: 'quando sono debole è allora che sono forte'. Lo dico - ha concluso - come vescovo tedesco: Giovanni Paolo II non ha dato alcuna opportunità all'odio, ma si è speso per la riconciliazione".
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S.EGIDIO: LEADER RELIGIOSI AD AUSHWITZ PER NON DIMENTICARE
(AGI) - Aushwitz, 8 set. - Ricordare perché l'orrore non si ripeta, l'Olocausto come il genocidio degli Armeni, fino alle stragi in Darfur. Con questo intendimento, i leader delle diverse confessioni presenti all'incontro "Religioni e culture in dialogo", organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio, hanno compiuto oggi una visita silenziosa al Campo di Concentramento di Aushwitz. "Ogni volta che ci incontriamo, ogni volta che anche un solo individuo ricorda il genocidio nazista e parla dell'Olocausto o rievoca l'assassinio di ebrei, polacchi, rom e altri, ogni volta che lo facciamo allontaniamo un po' il rischio che ciò possa avvenire di nuovo" ha detto il rabbino capo di Polonia Michael Schudrich. La marcia silenziosa si è snodata lungo i binari della morte e una cerimonia alla Memoria presso il Monumento Internazionale alle Vittime del Nazifascismo, perché - come ha detto Schrudrich - "ciò che è accaduto ad Auschwitz, nonostante si ripeta, in scala minore, in altri luoghi come il Darfur, non accada di nuovo". L'arcivescovo ortodosso del Patriarcato Armeno di Etchmiadzin Norvan Zakarian dopo aver evocato "il primo genocidio del ventesimo secolo", perpetrato nei confronti del popolo armeno nel 1915 dall'Impero Ottomano, ha ammonito: "Questi drammi, che si sono prodotti nel cuore stesso dell'Europa, hanno mostrato ancora una volta che i crimini non riconosciuti e non condannati, spesso generano altri crimini e altre catastrofi". La giornata di oggi prevede anche le testimonianze di due sopravvissuti dei lager oltre che diversi incontri di preghiera, fino a una processione di pace, a sera, verso la piazza del Mercato di Cracovia. (AGI)
Stamattina in Sala Stampa rifugiato nel gabbiotto dell'Agi sentivo le chiacchiere degli altri intorno a me, qualche risata, parole e commenti di un giorno per loro normale mentre io avevo il mare dentro, l'agitarsi di onde in un perpetuo moto di tristezza. Mi sento stanco, mi chiedo - dopo aver sacrificato un'altra estate alla causa della mia futura professione - se ne valga davvero la pena. I nostri professori della scuola continuavano a domandarci: «Che mestiere vuoi fare?» Oggi risponderei: «Non questo». Cosa ne è oggi del giornalismo, cosa significa informare quando è la menzogna a dettare l'agenda, quando il rispetto per la persona cede il passo alla totale mancanza di scrupoli, quando tacitata la propria coscienza si uccide l'altro per una causa che nulla ha a che fare con l'umana convivenza e si promuove la vendetta quale nuovo codice deontologico, asservendo un mestiere così tragicamente meraviglioso a logiche totalmente estranee al vivere civile?
Non è così che l'abbiamo immaginato il nostro futuro, non è questo che abbiamo sognato e inseguito. Dov'è oggi chi deve vigilare, dov'è chi detta le regole ai professionisti dell'informazione? Non è con la politica militante che ci si salva, ma con l'onestà.
Si avvicina dicembre, l'esame di Stato: cosa dovrò studiare e come mi dovrò preparare? ditemi oggi cosa si può pensare di fronte a una sconfitta tanto tragica per tutti.
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E' il pensiero di una sera, certo passerà. Rileggerò la lettera del Direttore Galantuomo, che m'insegna la dignità, e gli articoli del suo (e mio) giornale stampati d'inchiostro e lacrime ma che non arretreranno dinnanzi all'odio. Ha scritto Pino Ciociola (inviato di Avvenire) in una discussione su facebook - forse rispondendo anche al mio personale sconforto: «Mi permetto: sentirci adesso stanchi, tristi e molto, molto nauseati, più che un nostro diritto, appare un'inevitabile conseguenza. Mostriamo invece come stanchezza e tristezze siano dettagli risibili e ininfluenti: coloro che hanno creduto d'averci infilato in un tritacarne e d'averci spezzato le reni capiranno, così, d'aver cullato una misera illusione».
Quella di Avvenire è stata come una scoperta graduale, una conoscenza – quasi un'amicizia – maturata di pari passo alla mia maturazione interiore. Data simbolica è forse il 2000: allora è scoccata la scintilla della consapevolezza che quel mezzo di informazione potesse essere anche strumento di formazione. Ricordo, all'indomani della GMG di Roma un fascicolo speciale, "Sentinelle del mattino", ricco di immagini bellissime che ricostruivano l'evento e i suoi protagonisti, dal Papa a noi giovani, con le parole di Giovanni Paolo e i commenti dei giornalisti. In quei giorni ho capito che qualcuno parlava di noi in maniera diversa, che non si rassegnava a una lettura superficiale di quei giorni di grazia. La conferma di quanto allora sentivo l'ho avuta nei giorni in cui scrivevo la mia tesi di laurea, dedicata proprio alle Giornate della Gioventù, viste e lette attraverso i quotidiani italiani. Avvenire è stato – salvo eccezioni rarissime – l'unico a capire il profilo alto di quegli incontri dei giovani con il Papa e con una Chiesa che sentivano e sentono di amare e da cui si sentivano e sentono amati. E come non ricordare che nelle ultime GMG Av seguiva i pellegrini italiani, conservo le copie distrubuite alle nostre catechesi a Toronto come a Colonia. In questi anni ho imparato pian piano a vederlo trasformarsi Avvenire, quello che sempre più considero il mio giornale. Ricordo il colore, nell'anno del Giubileo, la porta Santa raffigurata sotto alla testata e l'ultima pagina che conteneva lettere e commenti e non pubblicità. Poi ancora la rivoluzione grafica, la nascita del nuovo Av, che andava coi giorni migliorandosi sempre più nei contenuti e nella leggibilità. Non solo il colore, ma le schede, gli approfondimenti, le rubriche e gli editoriali che finivano finalmente nella pagina in cui iniziavano. E poi, le firme. Grazie Avvenire, ti do del tu come ad un amico, grazie per le infinite riflessioni sui "Mattutini" di Gianfranco Ravasi, grazie per avermi fatto leggere e conoscere un poeta come Davide Rondoni – solo per fare un nome, ma sarebbero tanti. Grazie per Agorà, pagina culturale che nulla ha da invidiare a quelle dei "fratelli" maggiori. Grazie soprattutto per avermi insegnato che può esserci uno sguardo cristiano su ogni cosa, dalla politica allo sport, che la presenza dei cattolici nella società non è solo un abusato slogan (in questi giorni tirato fuori ad arte per decretarne il fallimento) ma una realtà, presenza che in un quotidiano ha trovato luogo di dibattito e specchio nel quale riconoscersi. Penso oggi alle battaglie vinte e a quelle perse. Penso al referendum sulla legge 40, penso ad Eluana. In entrambe le occasioni "siamo" stati – mi ci metto anche io, permettetemi – gli unici ad avere avuto il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome, di parlare chiaramente, senza finzioni. Grazie per come hai raccontato la Chiesa, i movimenti, soprattutto Pietro. Quello che io ho conosciuto e conosco. Govanni Paolo e Benedetto. Grazie per le prime pagine che mi hanno fatto piangere, solo un esempio: grande foto del palazzo apostolico con le finestre chiuse, ma anche un immenso cielo azzurro velato da qualche nuvola e sull'azzurro il titolo «Nostalgia di lui» - era la prima domenica senza GPII. Avvenire è stata ed è una scelta quotidiana, di cui vado orgoglioso e fiero. Come quando entravo in Facoltà con Av sottobraccio, sentendo di essere realmente rivoluzionario e controcorrente, alternativo e anticonformista. Grazie perché hai accompagnato una scelta che maturava in me, quella della mia futura professione. Perché me l'hai fatta amare, perché m'hai dato l'esempio di cosa significhi sentire e vedere che ci sono le persone dietro a ogni fatto, dietro ad ogni notizia. Persone che meritano rispetto. Una regola in questi giorni ignorata e calpestata. Oggi non posso non ricordare e ringraziare chi in tutti questi anni Avvenire l'ha diretto, Dino Boffo. Sono arrivate le sue dimissioni (questa magistrale lettera, che mi ha realmente commosso, è la sua ultima lezione) dopo una disgustosa settimana di veleni e falsità, ma in lui, e nei giornalisti che ha coordinato, io vedo solo i destinatari della mia stima, del mio affetto, della mia incondizionata gratitudine per l'importanza che hanno avuto e avranno nella mia vita – non solo professionale. Grazie.
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Qui accanto a destra, tra i tanti legàmi (in italiano, che è la nostra lingua, sta per link) c'è scritto: il mio quotidiano avvenire. Non si tratta di un gioco di parole, casomai aiuta a descrivere realtà ben precise. Si tratta tanto di un riferimento al giornale Avvenire, quanto della costruzione - giorno per giorno -, del mio personale avvenire, accompagnata anche da questa quotidiana lettura.